Questo post è…

… per dire che non c’è miglior sensazione del sentirsi colmi di affetto, perché circondati da ottimi persone, buoni amici e compagni che condividono con te il tuo stesso intento personale, etico e morale. Gente disposta ad aiutarti davvero, come hanno fatto durante il lockdown di marzo 2020, che capiscono il valore della persona e non lo lasciano indietro, come è successo con altre persone.

Mi sono vaccinato, avrei voluto farlo molto prima ma ho preferito aspettare per rispetto verso la ragazza morta qualche settimana fa. Sono stato male, ma erano tutti effetti collaterali già letti e previsti. Sono stato fortunato, lo ammetto e non lo nasconderò mai. La mia fortuna più grande è stata avere persone al mio fianco che mi hanno chiesto come stessi fino all’ultimo giorno in cui ho avuto sintomi post-vaccino.

Mi ero promesso di scegliere bene chi frequentare. In questi giorni ho avuto la riprova che sto seguendo la pista giusta.

C’è voluto un po’ dopo le riaperture del 2020, ma sto bene, sono ben voluto e mi sento circondato da affetto. Bastava davvero poco: com’è possibile che tanti lo dimentichino?

Se state leggendo questo e vi siete riconosciuti, grazie davvero. Rendete l’Inferno post-pandemico meno difficile da vivere.

Il lockdown di dentro.

Dopo questo, ho scelto di dedicare il mio tempo libero distribuendo pacchi alimentari ai bisognosi ogni due settimane. La gente che viene a chiedere pasta o altro da mangiare è tanta, tantissima, specie durante le feste. Da un’ora prima dell’inizio fino all’ultimo secondo, c’è una calca di uomini, donne, bambini e ragazzi di ogni età, sesso, nazionalità. Ognuna di queste famiglie ha una storia che il lockdown ha impedito di raccontare. C’è chi vive in una macchina da mesi, aspettando di tornare a lavorare per avere una casa. Ogni volta mi si stringe il cuore. Rispetto a quelle vite, la mia è stata molto più fortunata: una casa subito, un introito stabile, un grande supporto dai genitori. Eppure continuo a non lasciarmi annebbiare la vista di fronte a questa miseria.

Sono ormai mesi che partecipo alla distribuzione, di situazioni al limite ne vedo, ne ho viste, ne vedrò… ma questa che sto per raccontarvi le batte tutte.

C’è sempre tanta gente e il posto dove avviene la distribuzione, già piccolo di suo, deve fare i conti con vicoli piuttosto stretti. Io e gli altri stavamo riempiendo il trolley di una famiglia di sei persone quando bussano alla porta due carabinieri. «Ci è arrivata una segnalazione di assembramento» spiega uno dei due in fretta e furia. Li guardiamo come se fossero due extraterrestri. Il secondo dei due chiede le generalità, poi ci intima di fare un servizio d’ordine e alla svelta, «altrimenti dovete chiudere: c’è la pandemia».

Dopo un rapidissimo confronto, capiscono quello che stiamo facendo, ma al più sbrigativo dei due scappa una frase che mi ha gelato il sangue. Senza fare alcun nome, era saltato fuori che il delatore – o la delatrice – dei palazzi intorno al nostro locale aveva telefonato perché «aveva visto tutti questi che parlano straniero e hanno pensato fosse un apericena illegale».

Non ho mai creduto agli hashtag stile #andràtuttobene, né all’idea che da un lockdown ne saremo usciti migliori. Pur non essendo scettico sull’efficacia scientifica di una chiusura totale nazionale, non resto indifferente a scene come questa. Fa scendere ombre lunghe su come in futuro faranno leva su questo elemento. Non tanto il fatto in sé, ma la mentalità che essa rappresenta e il fatto che niente e nessuno faccia molto per demistificare davvero.

Diciamocela tutta: il lockdown di marzo 2020 ha fatto presa sull’inconscio e sulla cultura pubblica alla stregua di una canzone pop. C’è chi fa una fatica immane a tornare a un modello precedente di felicità e tranquillità. Siamo stati condizionati a vedere pericoli ovunque, ad alimentare paranoie, a disabituarci a vivere. Se il lockdown è stato devastante a livello sociale, le continue chiusure a singhiozzo hanno messo sotto ricatto il concetto di essere felice. In nome dell’idea per la quale “più controlli uguale più sicurezza”. Per mesi si è colpevolizzato anche solo chi “osava” tirare un sospiro di sollievo di fronte alla concessione di effimere zone gialle, accomunandolo a chi organizzava “feste illegali”. Prendendo come epitomo di scelleratezza (concreta e innegabile) antivaccinisti e gli anti-mascherina, è stato bastonato chi voleva solo respirare tra le numerose strette alle libertà personali. Libertà le quali venivano ridiscusse di continuo, parlando di «ultimi sacrifici» o di «ultime miglia da percorrere». La continua condizione sine die delle restrizioni ha assunto una forma metafisica, o meglio ontologica: per uscire dalla crisi si è arrivato a esagerare, elaborando stratagemmi ritenuti acceleratori dell’uscita a discapito del prossimo, con la speranza di vedere più da vicino la fine. Come, appunto, la delazione. Al punto da sbandierarla ai quattro venti come stendardo di eccellenza, virtù e responsabilità.

Ricorderete quello che fece Alessandro Gassman. Quell’autoincensarsi per la delazione compiuta, quindi non soltanto l’azione, ha de facto distrutto la solidarietà tra vicini in nome del sospetto. Ancora oggi è considerabile un gesto insensato e imperdonabile, ma per un altro motivo. A furia di parlare di “messa in sicurezza”, non sono state create zone in cui ritagliarsi uno spazio ancora umano, un angolo sicuro in cui poter essere felici, contenti o entrambi di essere vivi, senza temere la condanna morale.

Non c’è mai stato il tempo per discuterne. Per dirne qualcuna, in tutto questo tempo la gente era impegnata nel gioco del divide et impera di Facebook e Twitter. C’è stato un «us and them» fatto di rimbalzi di notizie catastrofiche, ricerca avida del caso disperato su cui polarizzare lo scontro, e moralizzazione spicciola. Da un lato c’era chi abbracciava cause disperate, dall’altro chi si sentiva al sicuro su posizioni politiche, economiche, sociali o scientifiche che davano loro ragione. In mezzo stava il padrone, o i padroni delle fazioni, più interessati a mantenere polarizzata la conversazione che a fornire vere soluzioni di continuità.

A marzo si è deciso di non far iniziare la stagione sciistica dopo mesi di “forse”, di “se” e altre angosce. I dati c’erano, innegabili e inconfutabili: con la curva dei contagi così elevata, con una pandemia ancora da controllare, non aveva senso prendersi la responsabilità di aprire gli impianti sulla neve. Si sarebbe potuto discutere sulla tempistica di questa scelta, fatta dal giorno alla notte a cuore in apparenza leggera, come del fatto che molti di coloro che lavoravano in quel settore sono stagionali che hanno vissuto mesi di angoscia tra incertezze e rimandi alle calende greche. Invece, forse in concomitanza con il triste anniversario del lockdown di marzo 2020, la stampa, la Rete, la televisione, tutti hanno dato risalto alle dichiarazioni di Walter Ricciardi, rilasciate a Radio Monte Carlo, su come fosse inevitabile, se non perfino necessaria, una nuova chiusura totale. La chiusura avrebbe dovuto essere temporanea, ma nemmeno lui dava un numero preciso di settimane, restando su un vago e arbitrario «finché la curva non si abbassa».

Si è per fortuna sollevato un coro di rifiuto. Eppure Atene piange, Sparta non ride: il sistema delle zone a semaforo, per quanto di pochissimo meno pesante di una chiusura totale senza tempi definiti, ha costretto tutti a periodi di enormi incertezze non certo relegabili come nervosismi. Incertezze meno numerose rispetto a un lockdown totale, certo, ma pur sempre dolorose. È stato difficile aspettare questo giugno, per esempio, quando vivi in un comune e i tuoi amici sono in un altro, e tu sei in zona arancione; e tacciamo pure della zona rossa, dove si usciva solo per andare a lavorare.

Da parte mia, c’è un solo motivo per cui resto contrario a qualunque nuova chiusura nazionale e totale. Non sono motivazioni politiche, né economiche; non metto in dubbio i dati scientifici che, pur controvoglia in alcuni casi, ho sempre rispettato e compreso.

Non desidero più vivere quel periodo orribile in cui l’alienazione sociale l’ha fatta da padrone. Il lockdown sfibra, demotiva, distrugge e cancella ogni voglia di vivere. Non importa cosa pensa di poter sbloccare Ricciardi quando parla di «misure economiche straordinarie» di sostentamento: sarà anche la migliore soluzione possibile, ma restare fermi per un altro periodo di tempo dai contorni fumosi, pagati solo per non muoversi e vedendo tutto il mondo come un rischio gigantesco di contagio, è atroce.

Essere condannati a non avere luoghi sicuri dove potersi affrancare per un attimo dalle brutture del mondo, vivere pagando colpe che altri non sanno responsabilizzare: questa è la pena peggiore dell’Inferno.

Il diritto di piangere.

Per riassumere una storia altrimenti troppo lunga, nel 2016 avevo difficoltà a trovare lavoro. Avevo passato parte delle mie giornate a inviare curriculum alla cieca, mosso da rabbia e furore, senza controllare a chi stessi inviando. All’epoca, per me, non importava per chi lavorassi o cosa facessi, salvo quelle categorie che rientravano nel porta-a-porta o nel multi-level marketing; ai reclutatori, di riflesso, non importava di concedere fiducia a una persona che fino a trent’anni non aveva mai lavorato, prediligendo lo studio per una carriera universitaria mai decollata.

A quei tempi abitavo a casa di Calipso da ormai un anno. Fin dal 2015, quando mi sono trasferito a Rapallo, non c’era alcuna fretta di trovare un lavoro, almeno sulla carta, perché lei partiva dal presupposto che prima o poi avrei dovuto trovarlo. Per un po’ la cosa mi andava bene, perché i lunghi mesi di continui rifiuti avevano logorato non solo la mia speranza, ma anche il mio approccio alla ricerca di un lavoro. Gli amici di Calipso, come anche Calipso stessa, ripetevano più e più volte che ero troppo vecchio per il mercato del lavoro, che le speranze di collocamento erano basse.

Tra quegli stessi amici ce ne fu uno che mi propose di iniziare una start-up con lui, proponendo un programma di base di dati per la gestione degli ospiti nelle case di riposo. Avremmo cominciato «alla fine dell’estate, non appena arrivavano gli incentivi», ma nel frattempo dovevo restare disponibile. Il programma, a sentirlo parlare, era “rivoluzionario”, “intuitivo”, “velocissimo”. La verità suggeriva che il progetto fosse scadente, se non addirittura inesistente per quanto fosse stato sovrastimato. L’estate giunse. Nulla di fatto. Lui continuò a rimandare, e rimandare, e rimandare. Dall’estate si arrivò infine a un giorno imprecisato di dicembre, fino a essere cancellato in silenzio, parlando di un «ottimo progetto» di smaltimento cadaveri di animali domestici.

Dovevo però riprendere in mano la ricerca del lavoro, più per motivi di forza maggiore. Diciamo davvero maggiore. Un ex-amante di Calipso, un giudeofobo da lei considerato migliore amico, mi aveva minacciato di morte e di cacciarmi di casa, noncurante dell’opinione di Calipso. Tutto, perché aveva parlato di persone trans come tutte “incapaci di gestire figli” partendo dal caso di un tale che lui conosceva, parlando della sua condizione come di una malattia incurabile. Fu un ferragosto miserabile… ma questa è un’altra storia.


Ormai era metà 2016 e io continuavo a non trovare lavoro, finché Calipso decide di mettermi in contatto con un suo conoscente. Costui aveva deciso di aprire uno studio di traduzioni, senza un obiettivo specifico, di sicuro non letterario; assieme alla moglie di origine straniera, avrebbe gestito una squadra di traduttori pagati a 90 giorni; ciascuno di questi si sarebbe occupato della sua lingua di specializzazione, francese inglese tedesco o spagnolo che fosse. Infine, avrebbero dato lezioni brevi a chi volesse recuperare o per prepararsi a un esame abilitativo.

Per comodità, da qui in poi chiamerò queste due persone Harry e Zinnia, come i genitori di Matilda.

Con Zinnia dovetti confrontarmi il più delle volte, fosse per un saluto o per un incarico di lavoro, fosse per un pagamento o una reprimenda. Tra me e lei non c’è mai stato un buon rapporto, ma che io ricordi non è mai sfociato in guerriglia aperta, solo in frivole ripicche. C’era qualcosa nel suo comportamento, però, che mi faceva intuire che non le piacesse davvero avere che fare, se non con me, almeno con tutti. Era una persona molto attaccata al lavoro, ma non nella sua accezione stakanovista. A guardarla muoversi, a sentirla parlare al telefono – come è stato per tutta la durata del rapporto contrattuale – si poteva dedurre che il lavoro rappresentasse per lei un maestro di vita, soprattutto nel rapporto col prossimo. I rapporti erano solo lavorativi, le scadenze erano moniti da temere e da rispettare con ossequiosa riverenza. Le amicizie, ammesso che godesse della vicinanza di qualcuno o qualcuna nella sua vita, erano tutte collegate al lavoro che esse, o lei stessa, svolgevano. Si aspettava quindi che tutti e tutte sapessero come comportarsi, o che godessero di un gradi sufficiente di coscienza delle proprie capacità, così che lei potesse andare avanti nel lavoro senza intoppi né miserie.

Di Harry ho saputo davvero poco. A parte un paio di incontri professionali, oltre all’ultimo, quello tragico e conclusivo, era chiaro che il progetto non fosse solo un modo per ricavare un secondo introito. Le parole che più spesso si rincorrevano nei pochissimi discorsi avuti con lui erano “fiducia”, “sfida”, “reputazione”, “salto nel vuoto”, “competenza”. Tutta roba che pareva uscita dall’ennesimo manuale-manifesto dell’imprenditore di turno, le cui dubbie origini delle sue ricchezze suonano come note esotiche per la colonna sonora di una vita da romanzo. Era anche fin troppo trasparente che il campo delle traduzioni e delle lezioni gli fosse ben più che ignoto. Peggio ancora, il suo punto di riferimento era Zinnia, alla quale aveva lasciato in mano le redini economiche e la direzione del progetto.

Nessuno dei due aveva esperienza, ma si comportavano come se ne avessero. Navigavano a vista, ubriachi, in un mare burrascoso e ignoto. Il lavoro fu, di conseguenza, foriero di miserie.


Le lezioni di inglese non presero mai piede. L’unica persona che aveva deciso di partecipare, “amica” di Zinnia perché conosciuta al lavoro diversi anni prima, lo aveva fatto per passare di grado. Tenemmo poche lezioni insieme, ma non si presentò mai con gli esercizi fatti, adducendo il lavoro come scusa e ogni volta promettendo di farli per la lezione successiva. Fu difficile anche solo provare a parlare in inglese con lei, perché in meno di un minuto tornava a parlare in italiano. Durante una lezione, dopo che le avessi detto perché non volesse parlare inglese, mi rispose: «Mi servi solo per passare l’esame, mica voglio andare in Inghilterra, a me piace il francese.»

Questo, nei giorni in cui era collaborativa. Negli altri, non passava minuto senza che commentasse questo o quel fatterello politico. I suoi argomenti preferiti erano Renzi, il Movimento Cinque Stelle, il referendum per un governo eletto dal popolo, gli immigrati che rubano il lavoro e tutto l’allegro cucuzzaro che popola la mitologia di un account qualunque su Facebook. Durante l’ultima lezione deragliò di sua spontanea volontà la conversazione in inglese, bloccandola per prendere in giro le scarsissime qualità linguistiche di Renzi. Ne approfittò per infilarci in mezzo una di quelle bufale mostruose che aveva letto su Internet.

Con una calma che sorprese anche me considerato chi fossi all’epoca, mi limitai a dirle di controllare le fonti e le feci un discorso sulla necessità di guardare amici e nemici in modo umano, siano essi concreti o astratti. Si generò una discussione astrusa e confusa in cui lei straparlò sulla propaganda, sugli 80 euro in busta paga come voto di scambio, e che Renzi fosse un mafioso enorme perché portava immigrati in Italia a rubarle il posto di lavoro. Sì, a rubare il suo lavoro. Ma lei con gli immigrati non ha problemi, anzi, alla fine era amica di Zinnia, solo che gli immigrati erano un problema e che la sinistra eccetera eccetera.

Quella fu la prima e unica volta che feci il professore. Non si fece più viva, non seppi nemmeno se passò l’esame. Ci pensò poi Zinnia a ragguagliarmi, quando ci vedemmo per l’ultima volta.

Fu con le traduzioni, però, che Harry e Zinnia diedero il peggio di sé in termini di professionalità.


Permettetemi di fare un piccolo mea culpa. Come avrete letto nella biografia sul mio profilo WordPress, sono laureato in lingue e letterature moderne. Ho studiato e perfezionato l’inglese soprattutto all’Università, ma la maggior parte dei lemmi e dei lessemi li ho imparati navigando su Internet, leggendo libri e guardando su YouTube. Non ho mai viaggiato in Inghilterra né negli Stati Uniti per motivi di studio, perché le finanze di famiglia non me lo permettevano più di tanto, così ho dovuto sempre ripiegare su quel che potevo in alcuni frangenti.

Prima di approdare alla facoltà di Lettere, avevo tentato gli studi di Farmacia. Non completai il corso, ma quel breve periodo mi permise di imparare i termini inglesi biologici e scientifici, alcuni molto specifici nel loro tecnicismo. Per tutto il resto, ero a digiuno di tanto altro, ma in parte avevo ovviato a queste lacune recuperando vocabolari più o meno completi, acquistandoli o recuperandoli da Internet.

Col senno di poi, non avrei mai accettato una commissione più complessa di quanto potessi affrontare.

Il punto è che non potevo affatto tirarmi indietro. Fino a quel momento, stando a quanto riferitomi da Zinnia in persona, ero l’unico traduttore dall’inglese. Zinnia sapeva solo il francese, Harry figuriamoci se sapesse coniugare anche solo il verbo essere. Oltre a questo, Harry e Zinnia prendevano decisioni a mia insaputa, alla cieca, con l’intento di far girare il più possibile il nome del progetto. Un progetto che Harry spesso chiamava “impresa culturale” e che, dunque, aveva bisogno di tutto il sostegno possibile.

Il che si tradusse in un miserabile gioco di scaricabarile. Sapete come si dice: quando tutto va bene, il merito è anche dell’imprenditore; quando qualcosa va storto, la colpa è solo di chi ha tentato l’impossibile, e l’imprenditore è costretto a licenziare. Zinnia si comportò così in più occasioni, additando responsabilità a chi, in quel momento, era incapace di fare di più dagli strumenti in possesso. In più, le scadenze erano concordate al ribasso con Harry, il quale scommetteva sulla qualità delle persone nel suo team al punto da proporre tempistiche improbabili. Il tutto senza parlarne col sottoscritto, il quale doveva solo tradurre e basta con la velocità promessa al cliente da Harry.

Così, di punto in bianco, mi trovai a gestire un salto di qualità per il quale non eravamo preparati, né io ne Zinnia né Harry. Al contrario, i due fecero pressioni affinché io raggiungessi l’obiettivo da loro imposto, pena la perdita di lavoro e niente pagamenti.

Due furono le gocce che fecero traboccare il vaso. La prima fu la traduzione per un centro acquatico di grosse dimensioni, il quale ci chiese di riportare in inglese tutte le segnaletiche, tutte le descrizioni divulgative su fauna e flora acquatiche, tutti i menù dei ristoranti, tutti gli orari degli spettacoli, tutti i testi degli spettacoli, tutte le indicazioni delle guide turistiche. Tutto, insomma, ed entro massimo dieci giorni, con un bonus se avessi consegnato entro cinque.

Nello stesso periodo, però, arrivò la seconda goccia, più traumatica per il sottoscritto.

Il comune di una regione del Centro aveva incaricato l’impresa di Harry di tradurre tutto quanto concerneva una mostra sulla storia dell’architettura della città. Zinnia mi inviò il materiale e mi stupidi dal numero di pagine, che mi parve piuttosto esiguo. Mi bastarono le prime due pagine per capire l’inghippo.

Aumentai le dimensioni del testo e lo uniformai. Le pagine quintuplicarono di numero. Non c’erano segni di interpunzione, né maiuscole; tutto sembrava scritto su due piedi, senza alcuna cura per la sua comprensione. C’erano errori gravissimi di grammatica e ortografia, come anche lacune sintattiche dal sapore strategico. Pur essendo un documento digitale, ebbi come l’impressione che qualcuno lo avesse usato per pulirsi le caccole dal naso. Oltretutto, il documento prevedeva la citazione di testi da periodi diversi, dal Duecento in giù, ai quali io non avrei potuto accedere, né tantomeno avrei goduto del riportarne la traduzione, perché non erano mai stati tradotti in via ufficiale.

Centocinquanta pagine di puro menefreghismo spacciato per documento ufficiale da elargire al pubblico. Da tradurre entro quattro giorni.

Zinnia non fu per nulla d’aiuto. Le chiesi al telefono se era sicura di quanto mi avesse inviato. Lei rispose, «Questo è il lavoro.» Le dissi gli errori che avevo ritrovato. Lei fece spallucce (virtuali, dato che eravamo al telefono) adducendo scuse accusatorie che puntavano alle mie qualità per scansarsi le responsabilità.

Quando infine le chiesi se non fosse possibile ottenere almeno un paio di giorni in più, lei partì in quarta, infuriandosi in un italiano stentato.

«Il lavoro è lavoro! Non possiamo dire una cosa per un’altra, abbiamo promesso quattro giorni, se ci tiriamo indietro perdiamo il lavoro e la reputazione e la faccia e ci giochiamo tutto! Fai questo sforzo, te l’abbiamo dato perché credevamo fossi capace! Hai una laurea, hai trent’anni, ci dovresti riuscire! L’hai detto anche tu che puoi farlo in pochissimo tempo! Che figura ci facciamo noi? Ti abbiamo dato fiducia! Ci fai perdere tutto!»

Per tradurre la commissione del comune, passai tre giorni quasi insonni. Dormii al massimo due ore a notte, traducendo per ventidue e mangiando solo panini o roba precotta. Lo facevo per avere tempo sufficiente per completare il secondo lavoro, quello del centro acquatico. Persi tempo nei meandri della rete alla ricerca dei termini architettonici corretti, bestemmiando qualora non li trovassi; in più mi era stata data l’impressione che dovessi occuparmi anche dell’adattamento di quei testi storici, oltre a un attento lavoro di ripulitura della bozza italiana. Fu un inferno, al quale Calipso non volle partecipare. Mai.

In qualche modo riuscii a inviare tutto entro la data di scadenza di entrambi i lavori. Quando cliccai su “Invia”, tremai. Ero al limite, ma ero così stanco che non riuscivo nemmeno a riposarmi.

Zinnia non mi fece sapere nulla. Passarono due settimane, poi un mese, infine due. Nel frattempo avevo anche trovato un altro lavoro, quello che svolgo tutt’ora. Se non fosse stato per quello, con ogni probabilità sarebbe andata anche peggio.


Tre mesi di silenzio stampa dopo, Zinnia mi telefonò dicendo che dovevamo parlare. Le lezioni di inglese erano finite, le traduzioni non arrivavano, salvo un paio di brochure senza arte né parte per concessionarie anonime del territorio ligure. Quella telefonata mi lasciò perplesso. Le chiesi di cosa si trattasse, ma lei stizzitissima mi disse «Non parlo di lavoro al telefono, è scarsa professionalità».

Ci ritrovammo in un ufficio nel cuore di Genova, vidi lei e Harry insieme per la prima volta dopo tanto tempo. Harry mi chiese se volessi un caffè, Zinnia un bicchiere d’acqua. Rifiutai. Mi sembravano cordiali, ma sentivo benissimo la tensione nell’aria.

Harry poi diede un colpo di tosse e cancellò il mezzo sorriso dalle labbra. Dopo tanto, alla fine avevano deciso di parlarmi dei due lavori fatti.

Mi diedero una lavata di capo che ancora adesso trovo ignobile e vergognosa da raccontare. Dissero che i clienti avevano voltato le spalle all’impresa culturale. Il comune di quella regione del Centro aveva mandato una mail in cui cancellava di fatto l’accordo lavorativo… questo in via formale. «Tu non hai idea di quello che mi ha detto al telefono» disse Harry, «mi ha dato dell’imbroglione, dell’incapace… mi sono vergognato tantissimo e non sapevo spiegare. Ti avevano dato un testo da tradurre e tu non hai tradotto bene. Bel modo di trattarci, con la fiducia che ti abbiamo dato.»

Zinnia si lamentò che perfino il centro acquatico si fosse lamentato delle mie traduzioni, inviando un messaggio (automatico) sulla terminazione dell’accordo perche «l’opera non rispecchia l’immagine che il centro vuole dare al pubblico».

«Potevi anche dirmelo che avevi bisogno di più giorni!» commentò Zinnia. «Cosa ti costava? Voi giovani parlate solo con un orgoglio che non avete!»

In più, la tipa delle lezioni di inglese aveva raccontato una visione distorta delle lezioni che teneva con me. Diceva che non la lasciavo parlare, che le lezioni non erano lezioni ma «comizi politici», che addirittura le avevo detto di stare zitta e votare Renzi, perché era vittima di bufale.

Ero al limite. Non volevano sentire spiegazioni. Chiedevo di avere materiale per controdeduzioni. Mi rispondevano che non lo avrebbero mai fatto, che questo è il mondo del lavoro e che io avrei dovuto accettarlo. La colpa era solo mia, perché avevano promesso certe cose e io non le avevo mantenute.

In quel momento mi sentii addosso tutta la fatica di quei maledetti tre giorni. La furia, la rabbia, la disperazione. Mi bruciarono gli occhi e feci per piangere.

Harry si alzò e mi gridò una frase che non dimenticherò mai.

«No, no! Non ti mettere a piangere, eh, perché io mi sono fatto due leucemie, ho più diritto di te, di piangere!»

Ci fu un lungo attimo di silenzio. Zinnia disse qualcosa sul fatto che erano delusi di me, del lavoro perduto. Harry parlò di darmi una seconda possibilità, a patto che avessi seguito un corso di inglese, perché secondo lui non era sufficiente il mio grado di istruzione. Mi diede una pacca sulla spalla e mi incoraggiò di tornare a casa, di rifletterci a mente fredda. «E mi raccomando, che sia un sì»

Per tutto il viaggio di ritorno non feci altro che piangere. Mi sentivo male, ogni cosa mi amplificava il dolore. Sentivo qualcuno parlare in inglese, e dentro mi vergognavo così tanto da tornare a piangere.

Quel che mi fece davvero male, però, non fu tanto quell’abuso psicologico in piena regola. Non fu lo sfruttamento, la mentalità chiusa del mediocre che si crede il nuovo Briatore. Non fu nemmeno la totale irresponsabilità, lo spostamento della colpa sul novellino, la presunzione di innocenza legalizzata. Neppure la presunzione di essere privilegiati a piangere per essere sopravvissuti a questo o quel malanno mortale. Queste cose qualificavano gli esterni, chi avevo scelto di allontanare dalla mia vita.

La pugnalata più forte me la diede Calipso una volta tornato a casa. Mi vide in lacrime, disfatto, gli occhi infossati. Provai a dirle qualcosa ma mi rispose che già sapeva tutto.

«Quindi sai anche che lui ha più diritto di me di piangere, perché si è fatto due leucemie?»

Lei diventò di pietra, il volto scolpito in una smorfia di rabbia diretta a me.

«Non ha detto così. Te lo stai inventando, non mettergli in bocca cose che non ha detto.»

Poi aggiunse, «Ha detto quella frase perché vuole spronarti. È dispiaciuto, si capisce da lontano un miglio. Cerca di capirlo anche tu. E non piangere, che non serve.»

Una doppia negazione. Mi veniva negata la violenza subita, minimizzata come frutto di una fervida immaginazione. O meglio, veniva riconosciuta, però dovevo fare io lo sforzo, dovevo inquadrarla nella loro ottica, quella vincitrice, perché Harry e Zinnia erano stati magnanimi, anche troppo.

Piansi ancora per un’intera notte. Il mattino dopo lessi la mail che mi aveva inviato Zinnia, per sapere la mia decisione.

Non le risposi.


Leggo che negli ultimi giorni è tornato a galla un argomento tanto caro a imprenditori e datori di lavoro, specie quelli stagionali: secondo loro, i giovani non avrebbero voglia di lavorare e preferirebbero restare in casa a guadagnare il reddito di cittadinanza o qualche altro compenso visto come incentivo statale della disoccupazione.

Io lavoro. Non guadagno tantissimo, certo, ma lavoro. Ho faticato per trovarlo e mantenerlo, ma ne ho uno che mi permette un certo grado di indipendenza. Non mi garantisce però tantissimo in termini di futuro, tant’è vero che son costretto a farne molti altri, tutti simili, durante il mese.

Se fossi nelle condizioni in cui ero, poco dopo questo episodio raccontato; se non avessi trovato alcun lavoro prima o durante la pandemia, sono sicuro che avrei preso anche io il reddito di cittadinanza, a titolo momentaneo. Il mondo del lavoro pretende cose che noi non sappiamo dare, né possiamo dare nei tempi e nei metodi richiesti. Parlano di stipendi lauti e orari giusti, ma non parlano del loro sommerso, degli abusi da sostenere e perpetrare, e su cui tacere, altrimenti tutti perdono il lavoro assieme a te. Se è una risposta a situazioni di sfruttamento, di assenza di diritti; se è un urlo contro la connivenza di chi è addentro a questo sistema di soprusi, amico o meno che sia, allora va ascoltato questo grido.

Perché non può essere sempre e solo colpa di chi non lavora, di chi osa chiedere quanto si guadagna senza alcuna giustificazione (nemmeno la pandemia). Perché non si può valutare un uomo solo per la qualità del lavoro che fa fruttare al padrone.

A chi prende il reddito di cittadinanza, dico solo che fate bene. Sono gli altri a dover mantenere le promesse, non voi che ne cercate. Soprattutto dopo la pandemia.

Quel che mi resta di… «La metamorfosi», di Franz Kafka.

Attenzione: contiene rivelazioni sulla trama.


La prima volta che lessi «La metamorfosi» ero troppo giovane per capire di cosa parlasse davvero. Ero stato ispirato dalla lettura da una riduzione disneyana pubblicata su «Topolino» e con protagonista Paperino, e quando vidi il libro in vendita in un supermercato chiesi a mia madre di comprarlo. Lessi solo quel racconto, ci misi un pomeriggio e lo abbandonai, confuso.

La seconda volta fu alle superiori, come per tanti altri studenti. Quella lezione di letteratura dove vengono spiegati i temi della produzione kafkiana senza però leggere davvero il racconto, ma solo tramite brevissimi brani raccolti nei libri di antologia. Quando ti lanciano concetti riassunti in parole come “angoscia esistenziale”, “ingratitudine umana”, “conflitto genitori-figli”. Così hai una idea di cosa succede e di cosa viene detto, ma mai di cosa ti può restare dentro come lettore, cosa puoi ricavarci: tanto basta per passare un esame.

Parafrasando quanto scrisse Seneca, avrei goduto di più dalla lettura di quella storia, se avessi posseduto i mezzi e mi fossero stati insegnati gli strumenti per carpirne qualcosa per me, anziché una fredda classificazione metodica. Solo adesso, a una terza lettura a distanza di tantissimi anni, comincio a capire cosa significhi per me la tragedia di Gregor Samsa.

Se chiedessi a qualcuno o qualcuna di raccontarmi in poche parole la trama di questo racconto, diventerebbe probabile aspettarsi una risposta come questa: «È la storia di uno che diventa scarafaggio». C’è questa idea secondo la quale la trasformazione di Gregor Samsa in insetto sia ancora in divenire e si concluda solo al termine del racconto stesso. A ben guardare la metamorfosi di Samsa è già conclusa fin dalle prime battute della narrazione. Essa stessa è considerata un fatto innegabile, una condizione con pochissime speranze di mutabilità. Non diventa neanche uno scarafaggio, ma un «gigantesco insetto», con quell’inquadrare la sua nuova esistenza in una dimensione parassitaria o, al meno peggio, di fastidiosa convivenza. Gregor è già cambiato, dunque, se di metamorfosi ancora resta da parlare, la trasformazione riguarda gli altri intorno a lui. L’esempio lampante di questo è nella persona di Grete, la sorella.

C’è un fantasma che aleggia per tutto il racconto e che, durante la lettura, l’ho intravisto non poche volte: il lavoro come qualità e certificato di appartenenza al mondo. Gregor si preoccupa più per l’impossibilità di andare al lavoro e reiterare quello che era diventato il rito, sbiadito di affetti, della consegna del proprio guadagno. Si lamenta più della sveglia che non ha suonato, o che ha suonato ma non ha sentito, in un turbine di autocommiserazione. Tenta di mantenere una postura eretta, cerca di parlare con il controllore inviato dal datore di lavoro; perfino nel cruccio assurdo della nuova esistenza, il lavoro resta tra le più alte priorità per esistere e far esistere gli altri.

Non potendo più provvedere ai bisogni della famiglia, l’ex commesso viaggiatore Gregor si ritrova in una condizione di inoperosità, condannato a una vita di istinti semplici, liquami ripugnanti e dolori esistenziali. Prima di allora, i guadagni da lui ottenuti permettevano alla famiglia di vivere standard elevati – si parla di un grande appartamento. La sua ansia gira intorno alla sorella Grete: l’unico rammarico che Gregor ha nei suoi confronti è di non riuscire a darle più i soldi per iscriversi al conservatorio. È in lei che ho visto in modo definitivo la metamorfosi del titolo.

All’inizio della storia Grete è mite, candida e premurosa per le sorti di Gregor; dà da mangiare al fratello, di volta in volta commentando il suo digiuno o il suo appetito a seconda del piatto preparato; poco dopo la trasformazione, Grete intuisce che il fratello abbia bisogno di più spazio per muoversi nell’unica stanza in cui sceglie di vivere, perciò chiede alla madre una mano per spostare la mobilia. Fin qui, Gregor è ancora visto da lei come suo fratello.

Passa il tempo e con esso si rafforza l’idea che la condizione di Gregor sia senza soluzione di continuità. A questo punto sia la sorella che i genitori corrono ai ripari. Mentre i genitori mettono in affitto una stanza dell’appartamento a tre pensionanti, la sorella trova un lavoro come commessa e per avanzare di grado si trova costretta a imparare la stenografia e il francese. Quella che avrebbe dovuto essere la chiave d’accesso al Conservatorio, un violino, diventa motivo di spettacolo e intrattenimento per i tre pensionanti di prima, i quali sono ricchi e influenti a sufficienza da decidere, con una lettera o con qualche parola ben piazzata, le sorti economiche della stanza in affitto.

Di fronte all’evidenza della ripugnanza di Gregor, tenuta nascosta ai tre pensionanti per motivi di facciata, Grete desidera liberarsi della «bestiaccia». È a questo punto che la metamorfosi di Grete è compiuta: non è più un fratello quello che ha davanti, bensì «questa bestiaccia» davanti alla quale non osa pronunciare il nome di suo fratello, ormai considerato scomparso e sparito. Sono passati mesi, la famiglia lavora tutta ma è costretta ad affittare l’appartamento a persone squallide, ricche e influenti. Tutto questo, perché i genitori e la sorella cercano in tutti i modi di mantenere gli standard di vita antecedenti la metamorfosi di Gregor.

Questo è il motivo per cui vedo, nel racconto di Kafka, una sorta di affermazione – non diretta, perché non è lo scopo dello scrittore – contro un certo modo di intendere il lavoro nella propria vita. La trasformazione fisica è stata fulminea e inspiegabile nel caso di Gregor Samsa. Fino all’ultimo, però, la famiglia ha sperato in una inversione di tendenza e ha considerato l’intera faccenda come un grottesco periodo di transizione prima del ritorno del Gregor lavoratore. Il lavoro ha però portato lo stesso Gregor a implorare il controllore di chiudere un occhio sulla propria condizione – più sul ritardo, in realtà. Niente di più facile che quello stesso lavoro, nei contorni sfumati e imprecisi che la parola comporta, abbia portato la famiglia a desiderare la scomparsa e l’eliminazione del sangue del proprio sangue. Non è quindi un caso che sia Grete, la sorella adorata, a pronunciarsi in modo così violento nei confronti di quello che un tempo era suo fratello: è la persona che più può fare male al povero Gregor, ed è colei che lo convince a lasciarsi morire.

Gregor Samsa è diventato un insetto senza alcun motivo plausibile, di punto in bianco. Nel corso del tempo la famiglia, per mantenere una condizione considerata parassitaria, quella di un uomo che non lavora per cause che il mondo non sa capire, perde quelle abitudini del calore umano. Le conversazioni a tavola per esempio, così racconta Gregor, sono diventate sempre più rare fino a sparire del tutto, nel silenzio, facendo questo o quello per guadagnare. La fannulloneria di Gregor mascherata dal corpo disgustoso è il motivo per cui la famiglia desidera la sua cancellazione. La metamorfosi etica e morale della famiglia, di cui Grete è stemma e portavoce, è compiuta.

È qualcosa che capita tutti i giorni, e quando accade fa sempre male. Per quanto si possa essere esperti, per quanti anni si viva, è sempre una batosta dolorosissima. Che le persone cambino è inevitabile, anzi, è spesso auspicabile in certi casi. Il metodo dell’egoismo e nell’ingratitudine della famiglia Samsa l’ho riscontrato nella mia vita non in termini lavorativi, ma in chi metteva il lavoro riflesso nelle cose quotidiane.

Per un po’ di tempo ho collaborato con un sito impegnato nella lotta alla disinformazione, alle pseudoscienze e alle bufale. Quello che avrebbe dovuto essere un semplice hobby è diventato, nel corso del tempo, un incubo a occhi aperti. Col pallino della corretta informazione seguivamo tutti degli standard troppo alti, al punto da provare frustrazione quando la gente continuava a credere a ciò in cui volevano credere. Non passava giorno senza un insulto, senza una minaccia; pur dichiarando di non leggere i commenti e non dare loro peso, le parole restavano taglienti. La scarsa attenzione alle nostre parole ci faceva pensare che fossimo gli unici astemi a una festa di ubriachi, e quella forma mentis che avevamo sviluppato intorno al pensiero critico, alla ricerca delle fonti e allo scetticismo da quattro spiccioli, ci suggeriva con voce tremante che eravamo condannati a vivere in questa festa, per sempre. E così, più gli altri che il sottoscritto, si rifugiarono negli insulti, nelle etichette categorizzanti, di cui «analfabeta funzionale» era il più mite.

La frustrazione, unita al lento logorio della salute mentale che la missione di correttezza imponeva come obolo, fece sì che si facesse strada l’idea di capitalizzare su quanto facevamo, solo tramite pubblicità, a mo’ di consolazione. A quel punto ci fu di tutto: l’arrivismo, il favoritismo di persone mediocri nelle qualità umane; l’affermazione del cinismo, la rincorsa alla bufala virale su cui riponevamo speranze come nella Grande Kahuna per i surfisti.

Col tempo giunse la disillusione verso quel mondo. Smisi di scrivere. Diradai la mia opera di demistificazione. Dapprima rimandai, poi iniziai a cancellare bozze e indagini, sovrastato dalla fatica. Nel frattempo gli altri prendevano decisioni per me con la scusa del “Tu non c’eri”. Ero confuso, loro più svegli di me. Dovevano attaccare, agire, compattarsi. Avevano deciso di diventare una redazione virtuale e con essa avremmo ereditato tutte le dinamiche tossiche, caporedattore stronzo, nonnismo e mobbing inclusi. Il tutto senza mai vedere un soldo. Almeno, per quello che mi riguarda.

Sono state fatte scelte che, a lungo andare, hanno rovinato la faccia e la reputazione di un piacere, dalla redazione incapace e arrabattata all’appoggio da forze politiche che non volevano, ma che loro hanno seguito per vanesio riconoscimento personale. Non potevo lamentarmi, anzi, non dovevo: c’era solo abbassare la testa e accettare che questo era il loro modo di volermi bene. A quello ci pensò l’abuso emotivo e psicologico, il continuo manipolare e il ricatto emotivo. Come avrei potuto, infatti, dubitare degli amici? Loro erano più intelligenti e solidi degli altri, come potevo comportarmi come un infante e mettere i bastoni tra le ruote? Gli amici non possono fare male, sei tu che ti confondi, che non sai cosa sia l’affetto, vuoi vivere in una bolla, loro sanno cosa va bene per te… vero?

Così mi sentii insetto, nei modi e nei comportamenti. Quegli errori di giovane erano subito inquadrati in un parassitismo di inettitudini. Sgradito, fui cacciato. Ero un intralcio alla macchina che poteva essere quel loro modello di demistificazione. Io ero disgustoso nella mia inoperosità, così mi vedevo per come mi vedevano loro; per contro, quel “lavoro” a cui puntavano era diventato motivo sufficiente per rimuovere l’alieno, incapace di stare allo standard da loro desiderato. Un modello che tentavo di seguire, ma che mi distruggeva dentro.

Me ne andai. Li cancellai dalla mia vita, complice anche una diagnosi per ansia e depressione. Loro raccontano che l’esclusione fu una scelta ben precisa fatta da me in tempi non sospetti, frutto di un presunto carattere difficile verso il quale diventava facile l’abbandono, il calcio nel culo e tutto il resto, se non si sapeva stare alle loro regole. Un caso pietoso a cui dare solo affetto, non comprensione. La colpa è della mela marcia, non dell’albero malato che la genera.

È vero, la storia di Gregor Samsa finisce nello stesso modo tragico con cui ha avuto inizio. Vedo però un motivo di angoscioso terrore, in quel finale. L’ultimo appunto è rivolto alla sorella Grete che, dopo la morte di Gregor e la fine di quel periodo di dolori, ora gode di una bellezza formidabile e i genitori, ne son convinti, le troveranno un marito. Così come la bellezza di Grete è un cambiamento improvviso, essere un Samsa porta con sé l’ineluttabilità di un circolo vizioso.

Presto toccherà fare i conti con quella metamorfosi improvvisa, con quel che ne consegue. Forse è già successo, anche se non vedo alcunché dalle loro facciate imbiancate. Quel che mi resta, da Gregor e dalla sua terribile storia, io l’ho imparato. Spero che a loro, almeno a loro, vada meglio.

La noia, ovvero la voglia, di vivere.

Da alcuni giorni mi rendo conto che la mia vita si è appiattita molto in fretta. Lo dimostra il fatto che spesso e volentieri non ho niente da dire, dunque lascio in sospeso tante idee e progetti personali perché, tutto sommato, non provo alcuna eccitazione a riguardo. Se ripenso a due anni fa, mi vedo in una situazione opposta: ero al corteo per il Pride di Genova, uno che aveva il triste sapore di quello che poteva essere, tutto sommato, l’ultimo. All’epoca pensavo sarebbe accaduto per ragioni politiche, con regioni sempre più spostate a destra che negavano la manifestazione in nome di stereotipi di famiglie che mai hanno avuto, o del cui privilegio godono ormai pochissimi. Ci sarebbero voluti una pandemia e una lotta intestina fra primedonne nella sezione dell’Arcigay della città in cui vivo, più una serpeggiante impressione di essere stato escluso perché “fastidioso” o “inutile”, a farmi passare la voglia, se non di lottare, quantomeno di condividere battaglie comuni. Ma questa è una storia che racconterò, con i giusti toni e particolari, un’altra volta.

Sapere che la mia è una condizione abbastanza comune mi rincuora solo in parte. Le chiusure festive, le zone a semaforo, l’assenza di reali eventi pubblici e di luoghi di ritrovo come fattori hanno contribuito a questa sensazione nazionale. Quante volte ho dovuto cambiare progetti entro pochissime ore per colpa dell’ennesima chiusura annunciata nel corso di questa emergenza pandemica? Ci sono stati momenti in cui mi sentivo sicuro che avrei ripreso a fare le amate camminate, smuovendo alla fine questo mortorio del corpo, per poi ricevere dalla realtà l’ennesimo schiaffo, l’ennesimo rimando a quelle che son presto diventate calende greche. Penso che il culmine della disperazione lo abbia raggiunto all’annuncio del governatore Toti di estendere in via precauzionale la zona rossa di gennaio fino a ben dopo le festività, convinti che il numero di contagiati e ricoverati sarebbe sceso in quantità sensibili… salvo poi rivelarsi una mossa inutile, nel quadro generale, perché pochissimi giorni dopo la mia regione entrò in zona rossa.

Non aiutò che in quel periodo, come anche adesso, stessi dando una mano a Sara, un’amica di Marco, investita da un motorino guidato da uno sconsiderato e costretta su una sedia a rotelle. Anzi, le continue zone rosse e arancioni hanno soltanto esacerbato le difficoltà. Sara abita in un comune diverso dal mio, il che significa portare un’autocertificazione per spostarsi in caso di zone più restrittive. Sara non è una mia parente, però svolgo per lei quello che a tutti gli effetti dovrebbe essere svolto da un incaricato della ASL, e che abbiamo scelto di non contattare perché lo avremmo ottenuto soltanto alla fine della pandemia. Così ho dovuto fare i salti mortali per accertarmi di essere vicino a lei nel momento del bisogno. Viaggiavo con un pezzo di carta valido, ma al tempo stesso temevo in uno stop dalla polizia con rogne e problemi annessi, tali da impedirmi di andarla a trovare e aiutarla per tanto e tanto tempo. Le restrizioni, promettevano i politici, sarebbero state le ultime, le ultimissime. Io avevo l’impressione che sarebbero divenute sine die come i continui rimandi del lockdown di marzo 2020.

State pensando che quanto scritto sia frutto di una mia esagerazione. Mi limito a dire che vivo nella regione di piazza Alimonda e dei fatti di Bolzaneto. Viaggiando spesso per lavoro, il più delle volte mi capitava di sentire i poliziotti parlare tra loro. Sentii uno di loro definire il ministro Speranza «un coglione» per aver «permesso tutti quegli spostamenti» a Natale, se fosse stato per l’agente avrebbe «manganellato chi viaggia per andare a trovare un amico», citando i morti come valida ragione. Ho provato un brivido. Come posso fidarmi, pur essendo nel giusto?

Adesso le cose sono migliorate, non lo posso negare, ma adesso faccio i conti con quanto ereditato dalle chiusure e dalle incertezze. Ho in mente di fare tante cose, tutte volte a far crescere il me stesso che desidero essere. È quando arrivo al momento di doverle, volerle applicare, che mi blocco. Dovrei pensare a me stesso, ma sarei ipocrita se scrivessi che lo faccio ogni minuto della mia vita. Dentro di me c’è il desiderio di condividere quello che so, quello che faccio, quello che sento sia giusto. Le delusioni personali e il dimenticatoio in cui sento di essere stato gettato da persone con le quali speravo di fare amicizia hanno lasciato dentro di me lo spettro del fallimento. Anche adesso, per esempio. Ho aperto l’applicativo di WordPress per buttar giù due righe, almeno da potermi sfogare senza badare al numero di caratteri. A metà del primo paragrafo mi chiedevo già a chi cazzo stessi parlando. All’inizio del secondo mi sono detto che non parlo a nessuno in particolare, e alla sua metà mi è salito il dolore della solitudine.

A scanso di equivoci, non mi vergogno delle persone con cui ho a che fare quasi ogni giorno. Marco e Sara mi tengono tanta compagnia, anzi, il primo è stato importantissimo durante la chiusura tra marzo e giugno 2020, è stato uno dei pochi che mi ha tirato su durante uno dei periodi più bui che abbia mai vissuto. Non li cederei per niente al mondo. Quello che mi manca è mettere in pratica qualcosa che possa scacciare questi fantasmi che gli altri hanno lasciato dentro di me.

Provo noia e fatica quando penso a cosa c’è da fare. Faccio un grande sforzo quasi ogni giorno perché possa rendermi conto che non è noia, ma è ansia positiva di tornare a vivere. La voglia c’è. Mancano gli spazi, ancora, dopo un anno e passa…

«Attack on Titan», «Game of Thrones» e una questione di prospettive.

Scusate lo sfogo.

Ci sono stati diversi fattori che mi hanno portato alla decisione di cancellare il mio profilo su Facebook. Alcune erano collegate dal rifiuto di una percepita, nonché progressiva, accettazione del cinismo come forma di connessione tra utenti in contrasto con una visione d’insieme che include complessità. Altre toccavano però questioni personali per il sottoscritto, il quale si vedeva misurato rispetto agli altri per motivi che ancora adesso lo perplimono. Uno di questi è l’attaccamento eccessivo a forme di intrattenimento, così eccessivo da offuscare qualcos’altro di vitale, spesso importante.

A maggio del 2019, negli Stati Uniti, finisce «Il trono di spade». Non ho voluto seguire la serie TV e pur avendo comprando in tempo record i libri in lingua originale, non ho mai avuto il tempo o il desiderio di cominciare una saga. Sono note anche a me, però, le impressioni generali secondo le quali l’ultima stagione sarebbe stata rovinata da vistosi errori di produzione. È arcinota anche la divisione del pubblico verso l’ultimo episodio, quell’amaro in bocca che ha portato tanti, tantissimi, a firmare una petizione su change.org in cui si intimava la HBO a rifare tutta la stagione, che definiva i suoi sceneggiatori «miserabili incompetenti». La petizione avrebbe poi raggiunto quasi due milioni di firme e avrebbe goduto perfino dell’attenzione degli attori.

Nello stesso periodo, in Alabama, si discuteva e si approvava una legge antiabortista. Questa legge avrebbe impedito a qualunque donna dello stato dell’Alabama di effettuare un aborto, senza eccezione per i casi di incesto o stupro, costringendo la donna a portare avanti la gravidanza in qualsiasi caso. Una notizia del genere avrebbe dovuto far scattare più di un allarme, eppure nessuno fiatò. La mia cerchia di contatti era ristretta di suo, va detto, ma erano perlomeno attive nel sociale. Anche sulle loro bacheche la notizia era passata in sordina. In compenso, la raccolta firme era sulla bocca di tutti e tutte, seppure per produrre meme e immagini satiriche su una serie che comunque hanno seguito con una certa continuità ai limiti del religioso.

Per quel che mi riguarda, l’aborto è un diritto che va difeso anche con unghie e denti; il fatto che sia accaduto in America non deve far abbassare la guardia, considerata la percentuale di obiettori di coscienza in Italia. Ero furibondo per il diritto che veniva calpestato nell’indifferenza generale. Ero anche furioso verso chi non aveva la benché minima intenzione di attivarsi in merito, in particolare i miei contatti, che adoperavano la serie come scusa per divertirsi.

Capitò che una delle pagine di meme che seguivo all’epoca prese di mira il caso della raccolta firme. Mi liberai fra i commenti, scrivendo questo: «Là fuori si tolgono diritti e qui si soddisfano capricci per un “Beautiful” coi draghi». Qualcuno intervenne dandomi del «benaltrista», geloso che «la gente [abbia] il sacrosanto diritto di staccare la spina». «Se tutti la pensassero come te» disse, «non si dovrebbe parlare di nient’altro, solo di cose serie!»

Ricordo ancora il numero di “mi piace” a quel commento che minimizzava e sminuiva quello che per me era un problema viscerale: settantaquattro fra pollici in su e cuoricini. Io mi presi una risata da parte di quell’utente alla stregua dei bambini che fanno i gradassi con il più debole di turno.

Sono passati quasi due anni da allora e capito su questo post su Reddit. Ancora una volta, gente che si straccia le vesti, piange a dirotto, chiede la testa di sceneggiatori e autori… perché una serie non è finita come volevano loro.

Cambiano i nomi, ma non cambiano le dinamiche: due anni fa era la storia di diversi regni che si contendevano il potere, adesso sono uomini che lottano contro giganti dall’origine oscura in una battaglia la cui perdita implica estinzione.

Ci sarebbe tantissimo da dire su quelli che sono prodotti di intrattenimento, sul sistema che c’è dietro e su quanto sia insostenibile di suo. Per ora mi permetto di porre alcune domande, le stesse che mi pongo anche io pur non essendo un avido consumatore di serie TV, film, manga, saghe di libri o altro.

A chi si lamenta che l’episodio di una serie, finale o meno che esso sia, non ha incontrato i gusti; a chi si strappa i capelli, a chi vorrebbe uccidere sceneggiatori e scrittori… mi spieghereste, in modo tranquillo e pacato, perché dovrebbe essere più importante il modo in cui finisce una storia né vostra, né dell’autore?

A costo di suonare oltremodo qualunquista – uno di quelli che viene preso in giro in modo velenoso su pagine Facebook per quattro facili “mi piace” – se vi siete infuriati con passione per una stortura che non avete gradito, se riservate tutta questa energia per una storia per la quale avete rispettato le attese imposte, perché non fate lo stesso per gli altri problemi del mondo, soprattutto per tutta la durata di una storia che non vi appartiene?

E nel caso in cui lo abbiate fatto, o facciate qualcosa per migliorare anche solo di una virgola il vostro mondo, che sia piccolo o grande, poco importa… in questo caso, vi chiedo, con che misura giustifichereste la vostra rabbia? La considerereste importante?

Infine, se non fosse importante, perché perdere tempo a infuriarsi per nulla?

Quel che mi resta di… «L’anno della lepre», di Arto Paasilinna.

E ora, per qualcosa di completamente diverso.

Per celebrare la pace ritrovata, ho deciso di provare a scrivere le mie impressioni sui libri che leggo. Non si tratta di recensioni, bensì di “appunti mentali” dove parlerò del piacere della lettura e dell’effetto che fa. Niente voti, niente impressioni a caldo, poco o niente che rientri in una discussione di qualità o di comparazione. La lettura è un consiglio, non un ornamento da acquistare. Queste impressioni vengono scritte a distanza di tempo dall’ultima lettura: l’idea è di parlare di quanto che mi è rimasto dentro, ciò che si è sedimentato. Che sia bello, che sia brutto, poco importa, perché conta il viaggio.

Ci tengo a sottolineare: contiene spoiler!! Leggete a vostro rischio e pericolo.

Detto questo, buona lettura.


«L’anno della lepre» non è il primo libro che leggo di Arto Paasilinna. L’ho conosciuto con il bellissimo «Piccoli suicidi tra amici», storia del viaggio di un gruppo di completi sconosciuti su un pullman di lusso, alla continua ricerca del posto perfetto dove suicidarsi. Ero rimasto colpito non dal continuo, testardo muoversi da una vista panoramica mozzafiato all’altra, quanto dal baluginare tenero di quelle umanità, della “vita” dalla quale sfuggivano che tornava a emergere prepotente da storie altrimenti cupe.

Essere in una storia di Paasilinna significa assistere alla celebrazione della capacità umana di reinventarsi partendo da ciò che si sceglie di portare con sé. Le vite che vogliono sparire in «Piccoli suicidi» sembrano ricordare la vecchia abitudine di crescere come piccoli rampicanti su superfici brulle; le contrarietà si susseguono e vengono sovrastate da una esuberante fame di felicità. Sono storie profonde che partono da un evento del tutto casuale, il tono da commedia e la leggerezza narrativa aiutano ad avvicinarsi a esse come sottolineature durante lo studio.

Tutti hanno avuto, prima o poi, un “anno della lepre”. È l’anno in cui l’epifania che dà inizio alla revisione personale è del tutto accidentale, dove l’oggetto dell’incidente è qualcosa che non ci è mai appartenuto finora. Ciò a cui abbiamo affidato le nostre certezze si rivela soffocante, insoddisfacente; quello che ci aspetta rappresenta per estensione il senso di ciò che abbiamo incontrato nel nostro cammino. È una cosa così imprevedibile da essere dietro l’angolo e a ogni incontro genera nuovi “anni della lepre” pronti a formarci nei modi più impensabili.

Per Vatanen è cominciato il giorno in cui, assieme al suo collega di lavoro, investe per accidente una lepre che attraversa la strada. L’incidente con la lepre diventa un’occasione, per lui, per fare i conti col perché della sua depressione. Messo sul tavolo tutto ciò che gli è servito per arrancare nel mondo civilizzato — un lavoro senza più attrattive, una moglie materialista che segue fin troppe riviste femminili — si allontana da esso con la stessa solerzia con la quale una lepre segue percorsi all’apparenza più liberi. La fuga rocambolesca dal matrimonio, la vendita dello yacht, l’abbandono senza preavviso del posto da giornalista, sono azioni che all’apparenza suggeriscono una fuga dalle responsabilità e dagli obblighi che piaceri e dolori richiedono nella quotidianità. A leggere bene, hanno lo stesso effetto di un colpo di mano che sfila dai polsi manette e catene consumate dal tempo, che il prigioniero ha continuato a indossare per abitudine: rinunciando ai suoi sogni, Vatanen ha rinunciato alla sua fetta di felicità.

A rinforzare l’idea che non sia una vera e propria fuga ci pensa la relativa calma che Vatanen mantiene uscendo da Helsinki per arrivare, nel corso dei mesi, al “profondo” Nord. Sì, la moglie lo starà cercando, i datori e i colleghi di lavoro hanno tentato un’imboscata senza successo, ma dopo due o tre città quei legami alla vecchia vita non diventano che scritte sbiadite su una pagina ingiallita: impressioni, solchi, nulla più. Le città toccate fanno pensare che si tratti di un vagabondaggio, ma le persone incontrate e le vicissitudini a esse collegate tratteggiano i contorni di una vita da picaro, con una piccola componente pellegrina scevra dell’aspetto religioso.

Vatanen da un lato fa i conti con quelle nuove leggi alle quali risponde il mondo della natura, sommandole a quelle della vita umana; dall’altro mantiene la silenziosa consapevolezza che il vecchio mondo, con i suoi dualismi e i suoi nevrotici costrutti sociali, continuerà ancora a mostrare le sue sfaccettature anche nei posti più impensabili. L’unica risposta esistenziale che sa di poter applicare è quella di vivere “intorno” alle leggi umane, scritte o meno che siano, mantenendo un approccio anarchico che vede come praxis la formazione di una nuova risposta morale di esigenza. Vatanen “risponde” al mondo con una rinnovata fiducia nelle sue capacità e con un metro di giudizio che ai più suona irrispettoso e alieno, ma che funziona perché rappresenta ciò che lui ora sa di poter essere. In tutto questo c’è la bellissima lepre ora compagna inseparabile, ora specchio della seconda giovinezza di Vatanen, ora irreprensibile guastafeste alla cena del colonnello.

Succede che mentre sta dando una mano a salvare il salvabile da una foresta in fiamme, Vatanen si fermi ad aiutare un distillatore abusivo di alcolici, farlo rinvenire per farsi raccontare la sua storia, per poi passare un po’ di tempo a bere con lui. C’è la caccia all’orso che diventa così serrata che neppure l’idea di dover attraversare il confine con l’Unione Sovietica – il romanzo è del 1975 – pare scalfire la volontà di chiudere la faccenda una volta per tutte. L’episodio che più sottolinea la rinnovata caratura morale di Vatanen resta, però, quello dell’incontro con “il sacrificatore”.

Vatanen ospita Kaartinen, un uomo che gli abitanti del villaggio considerano pericoloso; al mattino, Kaartinen sparisce assieme alla lepre di Vatanen e quest’ultimo parte alla sua ricerca, armato di un fucile. Il faccia-a-faccia è anche il momento in cui si tirano le somme con il mondo abbandonato, e come questo abbia ancora presa su tante persone. Come Vatanen, Kaartinen ha vissuto un momento di confusione dopo le pressioni dell’ambiente molto religioso in cui ha vissuto per anni, ma dopo tantissimi cambi d’idea – tra cui un rapido assaggio dell’anarchismo! – alla fine approfondì la cultura lappone e finlandese dell’epoca pre-cristiana.

Da una situazione di oppressione e confusione, Kaartinen è approdato a una personale religione sincretica secondo la quale, per onorare la natura in cui ora si immerge, si vede costretto a sacrificare un animale al totem da lui stesso scolpito nella legna. Vatanen ascolta e sceglie di non infierire: gli fa promettere di stare lontano dall’adorata lepre, riprende gli sci e torna alla capanna. «Questo era il suo mondo, qui poteva vivere in pace»: con pochissime parole, Paasilinna sancisce la superiorità morale ed esistenziale di Vatanen, il motivo per cui non ha bisogno di ucciderlo o infliggergli altro dolore fisico. È conscio che dovrà fare i conti con le esigenze del vecchio mondo. Quando la “vecchia legge”, quella della società civile, busserà alla porta della sua vita chiedendo il ritorno a quello stato di oppressione iniziale, Vatanen sarà pronto a trovare un modo per rompere il circolo vizioso, per avvicinarsi verso nuove libertà che ha imparato a riconoscere.

Anch’io, come Vatanen e come tanti altri, ho avuto il mio personale “anno della lepre”. Forse ne ho vissuti più di uno, a pensarci bene: potrei citare benissimo il momento in cui mi sono trovato a pesare più di cento chili e ho scelto di perdere peso, ma potrei parlare benissimo anche di quella volta che aiutai un clochard morente alla stazione di Piazza Principe. Quella pace interiore che Vatanen ha provato affrontando Kaartinen l’ho sentita, a modo mio, alla fine del 2019, l’anno in cui venni a sapere qualcosa di triste su una persona con la quale avevo litigato. Non entrerò troppo nel dettaglio: vi basterà sapere che avevo odiato questa persona fino al midollo per un torto che sapevo di aver subito e che non le avrei mai perdonato. Sono capitate così tante cose nella mia vita, sono cresciuto e ho imparato a dare una dimensione a me stesso. Avevo vissuto così tanto da aver quasi dimenticato di quella persona e del male fattomi.

L’avevo dimenticata a tal punto che quando mi venne riferito che non era riuscita a coronare i suoi sogni e le sue speranze, provai dispiacere per lei. Non c’era alcun senso di superiorità, nessuna Schadenfreude. Solo la constatazione che le cose erano andate così, che i nostri mondi erano ormai distanti per scelte e stili di vita. Sanremo era diventata, per un attimo, ciò che il paesaggio della Finlandia era diventato per Vatanen. E per una volta, avevo provato la pace.

Cosa resta di noi: un aggiornamento.

Visto che ci sono stati dei grossi aggiornamenti nel giro di diverse ore, mi sembra giusto correggere alcune affermazioni apportando anche la parola “fine”.

Nel post precedente avevo scritto di alcune accuse rivolte a Dan Avidan, uno degli intrattenitori del canale “Game Grumps”. Avidan ha rilasciato un commento a un giornale online. Ammette di aver intrattenuto una relazione sessuale con la ragazza una volta divenuta maggiorenne, ma ha negato la dinamica dell’adescamento. Ha inoltre chiesto scusa per qualsiasi atteggiamento, parola o modo di comportarsi che possa aver ferito qualcuno o qualcuna a cui ha voluto bene, sottolineando l’assenza di malevolenza o intento ingannatore. In questo l’ho sentito vicino. Quanto al resto…

Non ho seguito l’intera faccenda – ho il filtro orario alle notizie, ricordate? – ma vedere la questione in orari fissi ha permesso di vedere quanto fosse rimasto, evitando l’angoscia.

Dopo il solito turbinio di notizie contrastanti senza alcuna fondatezza, adesso si sa che la fan ha chiesto di riformulare le accuse verso di lui. L’utente Twitter che aveva rilanciato le accuse iniziali ha poi ritrattato e rimosso il tweet incriminatorio, ma ormai il dibattito è rimasto. C’è chi ha salutato la cosa con fervore, poiché difendeva l’innocenza legale di Avidan, e chi discute ancora adesso sulla dinamica di potere instauratasi tra i due litiganti. Questa non è stata la prima accusa mossa verso la persona di Avidan, non sarà l’ultima.

A questo punto è evidente la dimensione personale della faccenda e non vedo perché dovrei esprimere oltre.

Quanto ai due personaggi che ho accennato, entrambi gli episodi sono accaduti come descritto e sono confermati. Su Austin Jones è stato pubblicato un video molto esaustivo, ahimè in inglese, che potete vedere qui. Per quanto concerne Haywood, cercate il suo nome sul vostro motore di ricerca preferito e leggerete molti articoli in merito, oltre alla sua confessione.

Quanto a me, ammetto di aver scritto qualcosa senza aver atteso uno sviluppo concreto. Resta la mia discussione e riflessione sulle dinamiche di potere intorno alle persone famose. Sono stato onesto e genuino, e nell’errore di valutazione ho trovato me stesso. Tanto mi basta.

Cosa resta di noi.

Stamattina sono rimasto a casa. Verso la fine del mese, il lavoro allenta un po’ la presa sulla mia persona e mi permetto di andare su YouTube e di dedicarmi alla mia persona. Non ho un’abitudine precisa in merito, ma per evitare di perdere troppo tempo davanti al PC, mi permetto di seguire pochissimi canali, ben selezionati, con tematiche ben precise. Adesso mi piace la videosaggistica e non disdegno un buon documentario ogni tanto, ma fino a non poco tempo fa seguivo diversi canali dedicati ai videogiochi.

Ogni tanto mi capita di tornare su quei vecchi canali che seguivo… e oggi ho scoperto una cosa che ha smosso qualcosa di davvero importante dentro di me.

Anni fa seguivo un canale chiamato “Game Grumps”. È un canale dalla premessa molto semplice: due persone si siedono su un divano e si mettono a giocare a videogiochi vecchi o recenti, intrattenendo il pubblico con storie dalla loro vita o battute più o meno divertenti. Mi ci ero iscritto perché il programma era condotto da due persone per i quali all’epoca andavo pazzo, ovvero Egoraptor e JonTron, al secolo Arin Hanson e Jonatan Jafari.

I due avevano cominciato nel 2012 con una partita a un vecchio gioco per il Super Nintendo, ma circa un anno dopo JonTron aveva abbandonato il canale in circostanze così mal gestite da essere ancora oggi soggette a elucubrazioni complottiste. JonTron tornò a pubblicare video, ma la sua persona venne condannata, anni dopo, per numerose frasi razziste, bufale e opache relazioni con la destra estrema americana.

Nel frattempo il canale aveva trovato un immediato rimpiazzo dal nome di Dan Avidan. Noto alle cronache come Danny Sexbang e parte del duo comico-musicale Ninja Sex Party, Leigh Daniel Avidan era più vecchio di Arin Hanson, ma si era rivelato fin da subito un personaggio carismatico. Le sue storie “comuni”, estratte dal trascorso di una famiglia ebraica in America, avevano fatto breccia in tantissimi fan della prima versione del canale. Tutti parlavano di Dan in termini positivissimi: una persona eccezionale, molto alla mano, dalla risata contagiosa; un uomo con la testa sulle spalle nonostante la fama e i soldi; così vicino alla gente, da poterci passare più e più serate al bar e tornare a casa ancora ridendo.

Questo, fino a oggi.

Avevo smesso di seguire “Game Grumps” da diversi anni, più per una questione di tempi e gusti cambiati che per altro. Dopo aver digitato il nome del canale, tra i video consigliati c’è questo video in cui si parla di come Twitter si sia scagliato contro Dan Avidan con un’accusa fortissima: Dan è un adescatore.

Le accuse sono partite da un post su Reddit. Qualcuno aveva reso pubblica una conversazione in cui Dan intratteneva una ragazza, sua fan, proponendole anche di produrre materiale sessuale. Dan e la ragazza si conoscevano da quando lei aveva 17 anni, ma non aveva avanzato alcuna richiesta sessuale esplicita fino a dopo i diciotto anni. Si poteva capire che lui aveva fatto molto per ottenere la sua fiducia, tornando con intermittenza nella vita della ragazza quando era single, salvo poi sparire dalla sua vita.

Il post di Reddit rimanda ad altre accuse mosse contro la sua persona, molte delle quali sono datate addirittura a prima del suo arrivo nel canale. Ne ho letta qualcuna, prima di abbandonare la lettura. Non starò a elencarle qui, perché non ritengo il mio blog un luogo adatto a questo tipo di discussioni e perché non voglio cedere alla cultura del sospetto, quella dei servizi sui delitti irrisolti che sembrano fare pornografia del dolore – vi basta sapere che sto dalla parte della vittima.

In America come nel mondo anglofono si usa un termine preciso per l’adescamento: «grooming», ma esso è inteso come «child grooming», ovvero “adescamento di minori”. I seguaci e difensori dell’accusato si attengono a questo termine nella sua accezione più pura: non si può parlare di lui come di un adescatore di minorenni, perché le richieste a sfondo sessuale sono state mosse dopo il conseguimento della maggiore età. Inoltre, sempre restando in tema di avances, la ragazza sembra essere consenziente. Sulla base di questi due elementi, non si può muovere alcuna accusa a Dan, al massimo rimproverarlo per essere stato stronzo, e nulla più.

Un ragionamento che non fa grinze a tanti, ma che mi fa riflettere. Per me, è una questione di abuso di potere.

Ho imparato a farmi sorprendere dal fatto che, quando capitano situazioni come queste, la gente sia pronta solo a volersi riferire all’aspetto legale. Da che mondo è mondo, la gente confonde il morale con il legale. Forse perché su tante cose lo trova aderente al proprio stile di vita. Forse perché è quello che facilita e privilegia chi aderisce a norme sociali meglio accette, quelle che soffocano altre degne di esistere alla pari. Quello che ha fatto Dan Avidan non è qualcosa di nuovo e sorprendente, penseranno in molti, ma il fatto che non sia nuovo o sorprendente non lo rende meno problematico di quanto non appaia. Quello che viene messo in discussione non è l’aspetto legale nudo e crudo, quanto piuttosto la crudeltà dietro un falso “prendersi cura” dell’altro/a.

Andrò a memoria e racconterò di alcuni casi accaduti in America le cui azioni possono ripetersi anche qui, perché l’abuso non conosce barriere linguistiche.

Austin Jones era un ragazzo acqua-e-sapone dalla carriera di cantante talentuoso iniziata partendo da semplici cover a capella di pezzi preferiti dai giovani, per esempio i My Chemical Romance. In pubblico era un ragazzo sensibile oltre che di bell’aspetto, molto attento alla tematica della salute mentale a tal punto da aver descritto i suoi album come una personale risposta alla depressione che soffriva. In privato, però, è stato un autentico predatore. Il modus operandi consisteva in questo: controllava la lista dei suoi seguaci su Twitter o altrove, sceglieva una o più ragazze con le quali iniziare una conversazione e, piano piano, fingeva di mettersi a nudo con chi mostrava segni di consenso. A quel punto chiedeva alla ragazza di produrre un video per eccitarlo.

La stragrande maggioranza delle ragazze con cui parlava era minorenne, ma questo non lo ha mai fermato. In alcuni casi si mostrava ancora più esigente autoimponendosi e prevaricando la vittima designata. Le parole con le quali Austin Jones imponeva la sua volontà erano identiche quasi per tutte, sempre vittimistiche: «Fammi vedere come balli, provocami, perché sono depresso e mi aiuteresti a vivere». È stato arrestato nel 2017, ha patteggiato la pena e dal 2019 è in carcere a scontare una sentenza di dieci anni.

Ryan Haywood faceva parte del canale “Rooster Teeth” e, assieme a Kovic, è stato cacciato da esso dopo che alcune ragazze si erano fatte avanti con gravissime accuse. Stando alle ricostruzioni, Haywood aveva inviato foto sessuali ad alcune di loro quando erano minorenni. Come Jones, anche lui aveva approfittato dell’aura di carisma che la fama gli aveva procurato. Haywood aveva intrattenuto conversazioni erotiche molto esplicite con alcune di loro, ma con una di queste aveva impostato la relazione in un modo all’apparenza più profondo. Così profondo che era riuscito a farle credere di essere la più speciale, qualcosa che trascendesse il semplice rapporto sessuale.

Non entrerò nei dettagli di una storia orribile, non solleticherò pruriginosità gratuite. Mi permetterò solo di sottolineare uno dei tanti elementi che mi hanno fatto rabbrividire. Nei rari momenti in cui questa ragazza gli parlava della propria salute mentale – la depressione, prima di tutto – Haywood era solito raccontarle l’importanza della vita di lei, perché rappresentava una via di fuga da un matrimonio altrimenti infelice. Haywood aveva all’incirca 37 anni quando si sono conosciuti.

Le accuse che vengono mosse a Dan Avidan non differiscono di troppo da quello che è stato accusato a Haywood e Jones. Nel suo caso, forse, non verranno mai ascoltate da una corte giuridica, ma in una società che ha visto il movimento #MeToo dare voce a tantissime esperienze e forme di abuso, esse devono essere prese in esame perché evidenziano il problema della fiducia e le responsabilità che chiunque può avere, e spesso rifugge.

Si fa un gran parlare di consenso, di cosa si possa o non si possa fare a seconda del grado di relazione con qualunque persona. A prescindere dal concetto di maturità – a 18 anni si è davvero così maturi? – c’è un problema legato all’abuso che una persona fa del potere della fama. I famosi sono tutti belli, bravi e affascinanti. YouTube e altre piattaforme social hanno in parte divelto quello che era una parete-limite del mondo dello spettacolo: la quarta parete. La separazione tra pubblico e famosi è venuta meno, i personaggi del mondo dello spettacolo hanno pagine pubbliche su Facebook e in alcuni casi registrano video che pubblicano su piattaforme a uso e consumo di un pubblico affamato di novità. Prima erano considerati belli e irraggiungibili, emulabili solo per riflesso di fama, ma adesso che la distanza è venuta meno, qualunque fan può avere l’opportunità di interagire in presa diretta con il proprio personaggio di riferimento, che lo si voglia o meno. Si potrebbe benissimo dire di separare la persona dall’artista, ma cosa fare quando l’artista e la persona combaciano, ovvero quando la persona adopera l’arte di cui è parte integrante per circuire e adescare?

A prescindere dalle accuse mosse a Dan Avidan, anche volendole prendere con le proverbiali pinze, c’è qualcosa di sadico, crudele e spietato in quello che è stato descritto e che lo accomuna agli altri due. C’è il ghosting, prima di tutto, il fatto che lui si sia reso speciale e indispensabile per qualcuna, riempiendola di attenzioni per poi sparire da un momento all’altro. Il fatto che l’abbia accudita e preparata al momento in cui, una volta raggiunta l’età legale – quella che gli avrebbe evitato il carcere – avrebbero potuto infine consumare l’atto sessuale. C’è tutto un sistema di potere che parte dall’essere famosi, dall’essere in mostra o comunque messi su un piedistallo, che fa apparire tutto come dorato e brillante, mai corruttibile. La cultura del consenso è un primo passo in un cammino in cui si deve guardare soprattutto al fascino, e al potere che esso esercita. Senza questa cognizione, secondo me, il consenso è solo un espediente per evitare moltissime responsabilità. Si potrebbe iniziare a parlare di vera umanità il giorno in cui finalmente avremmo a che fare con noi stessi, nudi e crudi, di fronte ai risultati delle nostre azioni.

Ed è questo che mi fa pensare. È questo che mi fa riflettere e chiedere ammenda.

Fino al 2016 ho scritto e collaborato per un sito dedicato al contrasto e alla lotta delle bufale e della disinformazione social. Questo sito è stato per molti, come per me, un megafono che mi ha permesso di denunciare e smascherare criminali e manipolatori di varia specie e fattura. È stata anche una piattaforma attraverso la quale ho conosciuto molte persone che credevo mie amiche, o con le quali ho stretto amicizia. Con alcune persone – TUTTE MAGGIORENNI – ho tessuto una relazione anche intima, condividendo gioie dolori e piaceri. Queste storie sono finite in malo modo. Forse per colpa mia, forse per colpa altrui. So di per certo di non aver manipolato come hanno fatto questi tre esempi di cui ho parlato

… ma se state leggendo questo post e mi riconoscete, vi chiedo scusa.

Non ho mai voluto farvi del male e non ho mai desiderato manipolarvi per ottenere qualcosa da voi. Al contrario, sono sempre stato onesto. Solo sciocco. Molto sciocco.

So che le mie parole non basteranno per alcune di voi. Potrei anche dirvi che non ero io, che qualcosa mi muoveva, qualcosa che ora ho imparato a conoscere e che lotto per evitare di replicare.

Sono passati anni. In questi anni ho intrapreso un percorso di analisi personale che mi ha portato a essere una persona migliore. Quella persona che avete conosciuto non c’è più, sostituita da qualcuna migliore che sta emergendo. Ogni giorni rifletto su cosa resta di noi, che scriviamo o meno sui social, nel lettore o nella lettrice che ci segue. Mi chiedo cosa resti di me. A volte ci riesco, a volte no.

Sbaglio, come penso sbaglierò ancora, ma ho imparato a prendere le mie responsabilità.

Vedo questi esempi e la paranoia mi fa domandare se ho fatto la stessa cosa anch’io. La parte più razionale di me mi rassicura, ma so che non è sufficiente.

Sappiate che vi ho voluto davvero bene, anche nei momenti in cui mostravo il mio lato più buio, anche quando chiedevo di essere abbracciato e amato. Ho imparato dai miei errori, ogni giorno rifletto come meglio posso su quello che ho fatto e su quello che dovrei fare. È un cammino lungo e tortuoso che ho intrapreso da solo.

Non chiedo di mettere una pietra sopra agli errori che ho commesso nei vostri confronti, sarebbe illogico e irrispettoso. Voglio solo che sappiate che anche per via del vostro esempio, per me doloroso, ora sono una persona migliore.

Io non sarò mai come Jones, Haywood e Avidan, ma le loro azioni predatorie danneggiano anche me, perché avvelenano il pozzo. Quel pozzo dove potremmo attingere acqua fresca per relazioni più umane, più reali, più amorevoli e concrete. Adesso, un gesto come una carezza può passare per una richiesta implicita dannosa.

Nel pieno di una tempesta paranoide, mentre la mia testa ancora si pone mille domande, ancora una volta vi chiedo di perdonarmi.

Vi ho voluto davvero bene.

Buone notizie alle soglie della zona arancione.

La situazione pandemica in Italia è diventata ancora più difficile e le notizie parlano chiaro. I giornalisti sono pronti con la loro opera moralizzatrice, cieca alla realtà. Scrivono con toni che suonano stupiti delle resse nelle città che passano alla zona rossa, parlando di mentalità da lockdown tra “supermercati presi d’assalto”, “razzia di latte, pane, farina e lieviti” e “file interminabili ai centri commerciali”. È curioso come non si domandino per quale motivo ci sia questa follia, ma nel loro non-detto emerge la loro incapacità di prendersi responsabilità: la loro comunicazione apocalittica ha solo prodotto paranoie in masse già soffocate da restrizioni stremanti.

Suona paradossale, ma in una società incapace di gestire la psicologia emergenziale, il miglior servizio che può fare l’informazione è riassumibile in tre “T”: tacere, tacere, tacere. Prova inconfutabile è stata la notizia della morte del militare dopo la somministrazione del vaccino: una tragica fatalità ora sotto la lente kafkiana di una indagine che, per quanto ancora agli inizi, è stata data in pasto a un pubblico disperato. Il risultato è stato fornire una sponda ai rigurgiti dell’antivaccinismo, con il crollo ulteriore della fiducia nei vaccini e il ritorno di quegli sfruttatori del mercato delle medicine alternative. Quel mercato che non fornisce vere alternative, ma solo prodotti rischiosi per un problema da loro creato.

I giornalisti dell’informazione generalista fanno finta di niente, ma sono colpevoli anche loro, con il loro continuo parlare e scrivere senza verificare, senza fornire strumenti critici adeguati, ma cavalcando l’onda dell’indignazione per guadagnare una pagnotta elargita dal compiacimento di un padrone.

Giro per Internet e trovo le parole di Arianna Ciccone, fondatrice del blog collettivo “Valigia Blu” e dell’International Journalism Festival, a cui sento di aderire pienamente. Anche lei lamenta l’assenza di un senso di responsabilità, di una misura delle cose, estendendo questo sentimento percepito anche agli esperti.

Come se la questione non ci riguardasse, come se non si facesse parte di un tutto e quindi non c’è nessun bisogno di soppesare parole e azioni per la ricaduta che potrebbero avere. Sciocchi prima ancora che cinici, che fanno finta di non vedere che quando l’edificio crollerà seppellirà anche loro. È flusso senza coscienza. […] Il problema non è un titolo, ma è di sistema, è strutturale.

Questa pandemia un giorno finirà, come tutte le cose, ma resteranno le sue idiosincrasie come eredità interiorizzata…

… ma io ho promesso delle buone notizie, vero? Concentriamoci su quelle, adesso.

Negli ultimi post avevo spiegato tre accorgimenti che avrei applicato alla mia vita quotidiana: un “rito della buonanotte”, un filtro per le notizie che rimanda a una voce a caso di Wikipedia e l’installazione di una Wikipedia da tasca. Posso dire con fierezza che queste soluzioni mi stanno aiutando non poco a resistere. L’ansia ha lasciato la presa su di me, permettendomi di respirare; gestiscono molto meglio il mio periodo di veglia, dal lavoro alle faccende di casa passando per tante piccole minuzie. La routine di gesti fatti prima di andare a dormire mi permette di rilassarmi meglio. Questa routine è coadiuvata dall’allontanamento di schermi e notifiche prima di chiudere gli occhi, il che permette di farli riposare meglio.

La Liguria è passata in zona arancione, il mio pensiero va a chi ora si trova in zona rossa. Non dovrei patire grosse limitazioni di movimento e salvo qualche eccezione per motivi di lavoro e salute, potrò riprendere il discorso delle camminate: in zona arancione è infatti possibile uscire dal comune in cui ci si trova, a patto che si torni indietro.

In caso di zona rossa, tirerò fuori tappetino e cyclette e mi metterò a fare cardio, stretching e altro in casa, con intervalli specifici per permettermi di riposare meglio.

Forse la notizia che più mi rende felice è il ritorno della mia creatività. Sono tornato a scrivere, qui come altrove! Ho chiesto a una persona di insegnarmi come scrivere bene un racconto. L’idea è quella di scrivere per piacere personale, non ho intenzione di vendere o capitalizzare un hobby che mi serve per sfogo.

Infine, ho ripreso a leggere! Qui potete trovare una lista in aggiornamento dei libri che finirò nel corso dei mesi. La cosa mi risolleva, perché oltre a distrarmi dai lunghi viaggi per lavoro, la lettura è per me la miglior forma di escapismo. Con tutto quello che mi circonda, ho bisogno di staccare. Avevo voglia di riprendere in mano qualche concetto di filosofia, ma è evidente che non è il caso di forzare qualcosa che potrebbe uscirmi naturale, più in là nel tempo.

Direi che ho scritto abbastanza. Buona domenica, cari lettori. Cercherò di postare con più frequenza, vedrò di farvi compagnia il più possibile. Nel frattempo, buona fortuna a tutti voi. Non credo nell’andrà-tutto-bene, ma in voi sì.