Questione di priorità

Tra i fattori che mi hanno portato ad abbandonare Facebook per sempre, tutti personali, è stato il modo in cui il social network coccolava l’attaccamento eccessivo a forme di intrattenimento. L’ho trovato così eccessivo da offuscare qualcos’altro di vitale, importante, necessario.

A maggio del 2019 negli Stati Uniti finisce «Il trono di spade». Non ho seguito la serie TV, ho voluto acquistare i libri perché volevo provare un fantasy, ma pur comprando in tempo record i libri in lingua originale, non ho mai avuto il tempo o il desiderio di continuare la saga dopo il primo volume. Sono note anche a me, però, le impressioni generali secondo le quali l’ultima stagione sarebbe stata rovinata da vistosi errori di produzione.

È arcinota anche la divisione del pubblico verso l’ultimo episodio, quell’amaro in bocca che ha portato tanti, tantissimi, a firmare una petizione su change.org in cui si intimava la HBO a rifare tutta la stagione, che definiva i suoi sceneggiatori «miserabili incompetenti». La petizione avrebbe poi raggiunto quasi due milioni di firme e avrebbe goduto perfino dell’attenzione degli attori. Almeno, così è sembrato dalla percezione alterata dalla lente dei social.

Nello stesso periodo in Alabama si discuteva e si approvava una legge antiabortista che di fatto avrebbe impedito a qualunque donna all’interno di quello stato americano di effettuare un aborto; nessuna eccezione per i casi di incesto o stupro. Una notizia del genere avrebbe dovuto far scattare più di un allarme, eppure nessuno fiatò. La mia cerchia di contatti era ristretta di suo, va detto, ma erano perlomeno attive nel sociale. Anche sulle loro bacheche la notizia era passata in sordina. In compenso, la raccolta firme era sulla bocca di tutti e tutte, seppure per produrre meme e immagini satiriche su una serie che comunque hanno seguito con una certa continuità ai limiti del religioso.

Lo dico chiaro e tondo: l’aborto è per me un diritto che va difeso e garantito, anche con unghie e denti viste le percentuali di obiettori di coscienza in Italia. Il fatto che sia accaduto in America non deve far abbassare la guardia, visto che sono anni che viene presentata come la fucina della democrazia, l’ammiraglia del mondo libero.

Di fronte a quelle immagini satiriche e al risalto dato a una futile raccolta firme, ero furibondo. Non ho visto la benché minima intenzione di attivarsi in merito, in particolare i miei contatti, che adoperavano la serie come scusa per divertirsi. Non nego che possano averlo fatto, magari in privato, ma è quanto messo pubblico che attesta di più.

Una delle pagine di meme che seguivo all’epoca prese di mira il caso della raccolta firme. Colsi l’occasione e mi liberai fra i commenti scrivendo questo: «Là fuori si tolgono diritti e qui si soddisfano capricci per un Beautiful coi draghi». Qualcuno intervenne dandomi del «benaltrista», geloso che «la gente [abbia] il sacrosanto diritto di staccare la spina». «Se tutti la pensassero come te» disse, «non si dovrebbe parlare di nient’altro, solo di cose serie!» Ricordo ancora il numero di like a quel commento che minimizzava e sminuiva quello che per me era un problema viscerale: settantaquattro fra pollici in su e cuoricini. Io mi presi una risata da parte di quell’utente alla stregua dei bambini che fanno i gradassi con il più debole di turno.

È passato un po’ di tempo e le cose non sono cambiate. Qualche mese fa sono capitato su un post di Reddit dove, ancora una volta, ho letto gente stracciarsi le vesti, piangere a dirotto, chiede la testa di sceneggiatori e autori, perché «Attack on Titan» non è finita come volevano loro.

Cambiano i nomi, cambiano le storie: due anni fa era la storia di diversi regni che si contendevano il potere, adesso sono uomini che lottano contro giganti dall’origine oscura in una battaglia la cui perdita implica estinzione. Non vedo cambiare queste dinamiche, che io percepisco di distrazione. Posso scommettere che anche adesso, in questo momento, ci sarà più gente pronta a chiacchierare sul sotto-testo sociale di «Squid Game» che a discutere di come cambiare la propria condizione di vita descritta, tramite metafore, nei prodotti di consumo. Non li biasimo: la società dei consumi glorifica chi permette di monetizzare il proprio tempo libero, ammiccando a chi non ha ancora provato l’esperienza, implicando che il tempo stia per scadere («Censurano “Squid Game” perché qualcuno grida allo scandalo! Guardalo, presto!»).

A volte non serve neanche parlare in modo appropriato di questa o quella serie: basta anche solo scrivere articoli raffazzonati o accusatori (quante volte avrò letto, in queste settimane, di «psicosi da Squid Game»!) perché qualcuno o qualcuna intervenga tra i commenti correggendo o invitando a guardare davvero la serie. Un trucco formidabile, per me. Non mi stupirei se si scoprisse l’esistenza di gruppi dedicati a questo, a correggere articoli sbagliati apposta in un accordo fra editore e sponsor. Ma è solo una fantasia…

Non ho mai negato il diritto di staccare la spina. Lo faccio anche io: leggo libri, compro videogiochi, ogni tanto scrivo. È giusto distrarsi da una situazione insostenibile. Per ogni nervosismo c’è una valvola di sfogo costruttiva. Io però non riesco, non riesco proprio a chiudere troppo gli occhi. Per me, “chiudere gli occhi” significa lanciarsi in una di quelle mega-abbuffate di episodi guardati uno dietro l’altro, per ore e ore, in una maratona. So che c’è di meglio da fare con quel poco di tempo libero.

Ci sarebbe tantissimo da dire su quelli che sono prodotti di intrattenimento, sul sistema che c’è dietro e su quanto sia insostenibile di suo. Per ora mi permetto di porre alcune domande, le stesse che mi pongo anche io pur non essendo un avido consumatore di serie TV, film, manga, saghe di libri o altro.

A chi si lamenta che l’episodio di una serie, finale o meno che esso sia, non ha incontrato i gusti; a chi si strappa i capelli, a chi vorrebbe uccidere sceneggiatori e scrittori; a chi si inalbera davanti a questo, vorrei tanto poter chiedere, con estrema pacatezza, di spiegarmi perché dovrebbe essere più importante il modo in cui finisce una storia né vostra, né dell’autore. Al limite, vi ha fatto ricordare che il mondo fa schifo…

A costo di suonare oltremodo qualunquista – uno di quelli che viene preso in giro in modo velenoso su pagine Facebook per quattro facili “mi piace” – chiederei agli infuriati con passione per una stortura non gradita se tutta questa energia risparmiata e poi sparata contro una storia per la quale avete rispettato le attese imposte, perché non fate lo stesso per gli altri problemi che potreste risolvere, o che vorreste vedere risolti nel piccolo e nel grande mondo, soprattutto per tutta la durata di una storia che non vi appartiene.

E nel caso in cui lo abbiate fatto, o facciate qualcosa per migliorare anche solo di una virgola il vostro mondo, che sia piccolo o grande, poco importa… in questo caso vi chiedo con che misura giustificate la vostra rabbia verso la serie. La considerereste importante? Se non fosse importante, perché perdete tempo a infuriarsi per nulla?

Scusatemi, ma davvero non posso essere l’unico a pensare tutto questo.

Immagine di copertina: fotogramma preso da Internet della serie «Squid Game».

Stracci

Prima pubblicazione il 13 ottobre 2020.

Alcuni giorni fa sono stato a Genova Piazza Principe per un turno di lavoro. Era da poco passata l’una, avevo sete, ma non avevo voglia di andare al bar della stazione in cui mi trovavo, così ho pensato di prendere una bevanda a uno dei distributori automatici. Il più vicino, nonché il più comodo da raggiungere, era al binario sotterraneo.

Per pura curiosità ho controllato il cartellone elettronico gigante. Lo faccio spesso, perché frutto del mio vecchio pendolarismo: quando abitavo a Latina, fino a cinque anni fa, quotidianamente mi segnavo a mente l’orario dei treni per organizzare viaggi di andata e ritorno. Complice anche il brevissimo intermezzo a Rapallo, mi capita di guardare con nostalgia le diciture di SESTRI LEVANTE e LA SPEZIA CENTRALE alla voce “Destinazione”, tornando con la mente ai colori e al mare di quella città. Ho alzato gli occhi al cartellone, e mi sono insospettito: avrebbero dovuto esserci due treni diretti verso il Levante ligure. Cioè, c’erano, ma nessuno passava per il binario solito, ovvero il binario 1 sotterraneo. Sapevo che di sabato e domenica era previsto un “buco” nel servizio di quel binario, ma continuava a suonarmi strano, qualcosa mi suggeriva che avrebbe dovuto finire prima. In ogni caso, ho deciso comunque di scendere.

È stato in quel momento che l’ho visto.

Seguendo il percorso obbligatorio, bisogna attraversare il piazzale della stazione dove si trova il comando della polizia, dopodiché scendere alcune scale. Queste danno su un ampio corridoio reso a doppio senso da una serie di divisori, connessi l’uno all’altro da catene bianco-rosse. A sinistra, quella che è la corsia di andata al binario, torreggia il distributore. L’ho visto pronto per essere saccheggiato da me.

Nella corsia di destra c’era un cumulo di vestiti abbandonati. Dall’alto delle scale in cui mi trovavo riuscivo a vedere perfettamente il loro aspetto logoro, e capire che potevano essere maleodoranti. Non ci ho dato tanto peso, a dire la verità ho pensato subito al gesto volontario di qualche questuante o nomade che doveva disfarsene per chissà quale motivo. Mentre scendevo i gradini, ho relegato la cosa nell’angolo della mente, distolto lo sguardo, e mi sono diretto verso il distributore.

Poco dopo aver inserito la monetina, mi sono reso conto che il distributore l’aveva rubata. Ho sbuffato. Adesso, ho pensato, per tornare ai binari di superficie, devo scendere altre scale, fare inversione, risalire per due rampe, tornare all’atrio vicino l’entrata, uscire, prendere la corsia apposita, farsi misurare la temperatura corporea da uno scanner a forma di testa di panda

… e facendo il giro, sono tornato al cumulo di stracci.

Confesso che mi sono inalberato. Mentalmente, ho mandato degli accidenti a chi aveva deliberatamente abbandonato la spazzatura in luogo pubblico. Ancor di più me la son presa tra me e me con chi avrebbe dovuto pulire. Non c’era nessuno in quel momento, nessun pulitore, nessun viaggiatore. Chissà da quanto tempo stava lì, mi son detto. E poi con il rischio virus in questi giorni.

Poi mi sono avvicinato.

Da quell’ammasso ocra trapuntato spuntavano due cose. Il primo era un paio di jeans, terminanti in due paia di scarpe lorde di sterco, consunte in punta. Il secondo, a ridosso di un maglione di lana slavato e senza più colore, era un braccio.

Stramazzato al suolo, simile a un feto, emaciato da un soffocamento dal limite, c’era un uomo che si tratteneva il ventre con una mano inferma. Non guardava, se non nel vuoto con uno sguardo accusatorio. Non rispondeva, ma mi sembrava di sentirlo rantolare.

Potevo sentire il freddo prendere possesso di lui.

Ho corso la rampa di scale. Ho tagliato la corsia obbligatoria, superato il divisore. Sono tornato davanti al comando della polizia, ho bussato, nessuna risposta. Furioso, ho chiamato il 112 — stranamente, per una volta ci han messo poco ad arrivare. Passano i minuti, quando finalmente incrocio due poliziotti del comando di cui sopra. Mi dicono che è un clochard noto, che sanno cosa sta passando, forse coliche. Altro, non mi hanno detto.

Ho aspettato l’arrivo dell’ambulanza, dopodiché son saltato sul primo treno per Sanremo. Trovato posto subito, mi sono rannicchiato.

Onestamente, avrei voluto piangere, ma le lacrime mi sono rimaste incastrate poco oltre l’orlo delle palpebre. Ho maledetto chi aveva deliberatamente bollato come “spazzatura” un uomo sofferente – e dunque me stesso. Ancor di più me la son presa mentalmente con chi avrebbe dovuto sorvegliare. Non c’era nessuno quando son passato io, nessuno, neppure un viaggiatore.

Mi son chiesto però cosa mi avesse portato a confonderlo come spazzatura. È il rischio virus di questi giorni? L’eterna propaganda sul decoro cittadino? L’indifferenza per sopravvivere a un mondo sempre più cinico e brutale? Quell’uomo era capitato in un momento di vuoto di servizio al binario sotterraneo, ma avevo l’impressione che stesse durando da più tempo del normale. Cercai di non chiedermi da quanto tempo aveva avuto l’attacco, e da quanto durasse l’agonia. Ero già troppo provato da quello sguardo morente.

Sono tornato a casa angosciato, mi sono buttato sul letto e chiusi gli occhi per un pochino. Una volta sveglio ho controllato il mio conto in banca, magro. È probabilmente più di quanto quell’uomo potrebbe avere in tasca in un giorno.

Se dovessi incontrarlo, e spero sia ancora vivo, gli offrirò da mangiare una volta. Mi sto informando sui luoghi in cui può recarsi per un posto caldo, o un aiuto concreto.

La COVID non può portare via l’umanità. Fanno un gran parlare di segnalare i comportamenti sospetti in tempi di pandemia e decreti di emergenza approvati da un giorno all’altro, ci sono schiere di persone appostate sui balconi e col 112 in preselezione, pronti a segnalare per pregiudizio o per ripicca con la scusa della sicurezza personale… e nessuno fa niente per un uomo morente.

Non è la povertà ad aver reso quell’uomo morente, questo è chiaro. È la bestialità sociale, sistemica da prima del disastro sanitario, osannata adesso dalla mentalità pandemica.

Preferisco osteggiarla.

Il dito e la luna

In questi giorni si è parlato dei lavoratori e della loro protesta contro il certificato verde, noto alla stampa come “green pass”. Le motivazioni sono state accolte con molta diffidenza: pur riconoscendo la giustezza della rabbia verso una misura radicale, si è storto il naso non appena si è venuti a sapere che alcuni rifiutano la vaccinazione. Per tanti, questo gesto rappresenta un motivo per screditare o silenziare in toto una protesta che non ha bisogno del crisma dell’ufficialità per essere considerata legittima. In più, si passa dallo snocciolare fatti scientifici acclarati a una classificazione netta di chi sostiene il contrario: chi non si vaccina è criminale, incosciente, suicida.

Si risponde così perché si pensa che la questione si possa risolvere con una capillarizzazione ulteriore dell’educazione, in questo caso diffondendo una sana mentalità scientifica votata alla ricerca e allo spirito critico. Il che ha senso, secondo me, finché da questa educazione scientifica non si pretendano le dinamiche tipiche del pensiero magico: pretendere, cioè, che una sana educazione al metodo scientifico faccia svanire la paura verso ogni vaccino.

A leggere bene le lamentele di chi sceglie di non volersi vaccinare, o è reticente a volersi inoculare, si intuisce che non c’è mai stata una vera e propria sfiducia nel vaccino o nel metodo scientifico in sé e per sé. Al netto di autentiche negazioni, nessuno e nessuna rifiuterebbe l’evidenza di un esperimento scientifico soprattutto se condotto davanti ai loro occhi. Quella che viene a mancare è la fiducia in un sistema in cui la vaccinazione viene posta come una ulteriore scommessa obbligatoria nei confronti di una ripresa basata sul profitto.

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Kiwix: Wikipedia, ma in tasca

Prima pubblicazione l’8 marzo 2021.

Ho cancellato il mio profilo Facebook il 13 ottobre 2019. È stata una scelta maturata dopo due mesi di disattivazione temporanea, un periodo che è servito come riflessione dell’uso che facevo dei social. Nei giorni successivi alla cancellazione ho constatato quanto le notifiche fossero una presenza ambigua nella vita quotidiana: l’impressione che restituiscono è quella di segnalarci qualcosa di interessante, molto spesso connesso alle attività o ai profili che abbiamo commentato; senza di esse ci si sente vuoti, come se si avesse l’illusione che manchi qualcosa nella nostra vita o che essa non sia, nel profondo, così interessante. Questa è l’impronta del “ding”: l’impressione di una stretta soffocante che modella gli orizzonti della percezione.

Un aspetto positivo che ho provato subito è stata una sensibile riduzione del nervosismo. Non tirerò fuori lunghe digressioni sul tipo di contenuti ospitati da Facebook e Twitter, ma parlerò piuttosto delle mie precedenti abitudini. Prima di cancellarmi, avevo il vizio di andare su Facebook mentre andavo al lavoro, in treno. Non so le altre regioni, ma la Liguria è costellata di gallerie, alcune anche piuttosto lunghe; non prendendo bene, la connessione saltava e mi ritrovavo così con la sensazione snervante di “starmi perdendo qualcosa”, di rimanere tagliato fuori tra commenti che non si caricavano e post che non avrei visto fino alla fine del tunnel.

Se da una parte togliermi da Facebook ha ridotto gli effetti di una fonte di stress, dall’altra è rimasta comunque l’abitudine di voler connettermi a qualcosa durante i miei lunghi viaggi di lavoro. Alla stregua di quanto successo con Facebook, mi rendo conto di quanto e come recepisca e usufruisca le notizie dei quotidiani digitali. Il dito punta contro le tante falle del sistema degli aggiornamenti in tempo reale. Una fra tutte: il gettito continuo di notizie fa sì che venga sfruttata la paura di restare tagliati fuori con parole molto polarizzanti (quante volte avete letto, magari a sproposito, parole come “lockdown“, “zona rossa”, “variante”?). È un meccanismo che crea dipendenza e mantiene lo stato di paura.

Mai come in questo momento desidero vivere in maniera tranquilla, lontano il più possibile da eccessive preoccupazioni. Ecco perché ho installato Kiwix per contrastare due fenomeni per me tossici: l’assuefazione da notizie in tempo reale e il nervosismo da assenza di campo.

La conoscevo già da un pezzo, ma ho ritrovato un certo interesse nei giorni scorsi. Kiwix è una applicazione che legge copie statiche di contenuti online, tra cui Wikipedia e i TEDTalk. Per tanti può apparire una comodità, ma il progetto è nato con l’intento di fornire i contenuti di Wikipedia a chi non ha la possibilità materiale di accedervi, vuoi perché non può connettersi a Internet, vuoi perché il governo applica fortissime restrizioni e censure. In Italia è toccato al Progetto Gutemberg, censurato dalle forze dell’ordine “in forma preventiva”: una notizia passata in sordina, che non ha trovato spazio tra le maggiori testate italiane.

Kiwix è scaricabile qui, ma potete trovarlo anche sul Play Store di Google. Una volta installato, cercate la linguetta in basso a destra con su scritto “Scarica”. Toccatela, dopodiché trovate un piccolo mappamondo reticolato in alto a destra: quell’icona vi servirà per cambiare la lingua in cui vorrete leggere l’enciclopedia. L’elenco delle enciclopedie disponibili è confrontabile qui, e vi accorgerete che non c’è solo Wikipedia a vostra disposizione. Se siete appassionati di demistificazione, troverete in RationalWiki buone prime risposte contro venditori di fumo, antivaccinisti, cultisti e tanto altro. Potete scaricate anche interi siti dedicati alle domande sulla matematica, sulla filosofia e, spostandosi più in là con gli argomenti, anche ad alcune distribuzioni di Linux, come per esempio Arch. Se non sapete l’inglese, non preoccupatevi, c’è anche qualcosa in italiano, Wikipedia in primis.

Va detto che esistono diverse versioni della copia statica di uno stesso sito. Da cellulare è piuttosto semplice da capire con le etichette “Pic”, “Video” e “Text-only”, ma se volete scaricarle dal sito, bisogna prestare attenzione a queste definizioni, che troverete di fianco al nome della copia:

  • “mini” vuol dire che la copia consta di una versione ridotta delle varie voci;
  • “maxi” significa che tutte le voci sono complete, eccezion fatta per i file di grosse dimensioni come video o audio;
  • “nopic” sta a indicare una copia statica senza immagini.

Scegliete la vostra copia non solo in base al vostro gusto personale, ma anche secondo quanto spazio avete su disco e sul telefonino. Giusto per dare un’idea, una copia di Wikipedia in inglese con foto incluse, aggiornata a febbraio 2021, arriva fino a 82 gigabyte! Se poi non vi interessano tutte le voci, ma solo un tema specifico, allora troverete di tutto: fumetti, computer e informatica, cambiamenti climatici, chimica, fisica… tutto, nella comodità delle vostre tasche. Per ora c’è poco in italiano, ma il linguaggio adoperato dalla Wikipedia inglese non dovrebbe essere di difficile comprensione ai più.

Adesso che avete Kiwix sul telefonino, potete usarlo per cercarci qualcosa o, perché no?, aprire una voce a caso. Toccate la linguetta “Libreria”, vi mostrerà tutte le enciclopedie che avete scaricato. Aprite quella che volete leggere e, in alto a destra, toccate i tre puntini verticali. Si aprirà un piccolo riquadro dove ci saranno le parole “Voce a caso”. Toccatele e buona lettura.

Appare lapalissiano che Wikipedia non potrà mai sostituire un corso di studi appropriato, ma io mi domando e chiedo: perché soccombere alla tirannia delle brutte notizie pandemiche, quando posso spendere un paio di minuti leggendo qualcosa che può davvero elevarmi?

Leechblock, l’estensione contro la tirannia delle brutte notizie

Prima pubblicazione il 7 marzo 2021.

Nel post sul rito della buonanotte avevo accennato a un limite di orario entro il quale accedo alle notizie del giorno e del momento. La situazione pandemica va inasprendosi e, non lo nascondo, mi ritrovo a piangere dentro di me mentre faccio i conti con una dominante sensazione di tormento luttuoso. Da depresso e ansioso quale sono, sento la necessità di reagire, ma il flusso continuo di tremende notizie annichilisce qualunque buon proposito quotidiano personale. Il bollettino Covid comunicato alla stessa ora, ogni giorno, assume sempre più i toni di quelli trasmessi in tempi di guerra. Per me, è tirannia.

Si è detto spesso e volentieri, soprattutto con l’avvento di Internet, che nell’età dell’informazione, l’ignoranza è una scelta. Con tutto ciò che troviamo disponibile con un tocco di dita, non avrebbero dovuto esserci scuse per essere cittadini o persone informate. A poco più di un anno di distanza dall’inizio di questa maledetta pandemia a cui tutti sembrano fare l’abitudine di giorno in giorno, l’ignoranza diventa per me una questione di sopravvivenza. È paradossale, perché la pandemia mi mette nelle condizioni di non poter fare a meno di essere informato, eppure mi fa giungere a un limite. Ci sono giorni in cui non vorrei sapere davvero nulla. Ci sono volte in cui mi chiedo chi è che voglia davvero sapere l’opinione dell’esimio dottore Tale che va contro il parere dell’egregio dottor Talaltro, magari sparata a mezza bocca senza alcuna aura di ufficialità, ma subito ripresa dai giornalisti in perenne gara a chi dà più informazioni. Arrivo a desiderare di non voler più ricevere notizie che si traducono, dentro me, in fatica mentale e mesta disperazione. La mancanza di serenità mi impedisce di lavorare o scrivere, mi frena la concentrazione verso anche la più basilare delle cose di vita.

Ho trovato una mezza soluzione, alla quale non sarei giunto se non avessi mai conosciuto il mio amico Marco. Lui cita spesso Henry Ford – pur non apprezzandolo – il quale sosteneva, grossomodo, “Si diventa vecchi quando si smette di imparare”. Questa frase, alla quale ho sempre aderito in modo più o meno totale, adesso ha un significato nuovo ed è il fulcro di questa mia operazione. Siccome penso che là fuori ci sia qualcuno o qualcuna che starà patendo le mie identiche pene, voglio condividerlo qui.

Ho scelto di limitare i danni da questo sovraccarico informativo e correre ai ripari restringendo l’accesso ai siti di notizie che frequento più spesso e, in sostituzione, accedere a voci a caso su Wikipedia. La restrizione è attiva ogni giorno dalla mezzanotte alle 17:30, e dalle 19:30 alle 24:00; l’avevo accennato in precedenza, ma di norma la maggior parte delle notizie importanti vengono dette intorno all’ora di cena, al quale aggiungo gli orari in cui vengono diramati i bollettini Covid.

Per raggiungere questo obiettivo, ho installato un’estensione per Firefox chiamata Leechblock. In soldoni, si tratta di una estensione la cui funzione è quella di bloccare quella selezione di siti sui quali si perde tempo o energie preziose. Potete installarlo navigando su questo sito e seguendo le istruzioni. È disponibile tra le estensioni supportate della versione mobile del telefonino. L’estensione funziona negli orari e sui siti che vengono indicati, perciò occorre sistemarlo come si deve.

Una volta installato, andate sulle sue opzioni e lo troverete suddiviso in tre sezioni intitolate “What to Block”, “When to Block” e “How to Block”. Nel riquadro più grande della prima sezione vanno inseriti i siti da bloccare, il primo campo aperto serve solo a darci un nome. Una riga equivale a un sito e non serve digitare in forma completa, quindi niente http://. Io ho inserito i giornali e le riviste che frequento più spesso, ma se siete persone che passano molto tempo sui social come Facebook, Instagram o YouTube, scoprirete che funziona allo stesso modo. Nella seconda sezione vanno definite le ore in cui il filtro sarà in azione: i due orari vanno scritti secondo il formato HHMM, ovvero ore e minuti senza divisione, e una lineetta che li tenga uniti. Se volessi far funzionare il filtro, per esempio, dalle 12:00 alle 15:00, dovrò scrivere così: 1200-1500. Poco sotto vedrete sette riquadri dove apporre il segno di spunta, che corrispondono ai giorni della settimana. Il filtro funziona nei giorni spuntati e non sarà attivo in quelli non selezionati. Io li ho selezionati tutti per un fatto di comodità, ma c’è ampia libertà di scelta.

Dato che segue il formato delle 24 ore, bisogna prestare attenzione a quando impostiamo il funzionamento da una mezzanotte all’altra. A sinistra della lineetta, la mezzanotte corrisponde a 0000, mentre a destra della stessa va scritto 2400.

Adesso viene il bello. Di base, l’estensione rimanda a una pagina chiamata “blocked.html” che spiega, in modo spartano, che la pagina da visualizzare è stata bloccata. È possibile scegliere la pagina sulla quale rimbalzeremo. Siccome ho scelto di rendere fruttuoso qualunque tentativo di collegamento, ho impostato la pagina in questo modo:

https://en.wikipedia.org/wiki/Special:Random

Se state modificando da telefonino, ricordatevi di aggiungere m.tra en. e wikipedia. La vostra riga dovrebbe essere così:

https://en.m.wikipedia.org/wiki/Special:Random

In questo modo, ogni volta verrà aperta una pagina a caso tra le sei milioni e rotte presenti da Wikipedia in lingua inglese. Penso di aver unito l’utile al dilettevole: l’estensione blocca l’accesso e, a un tempo, rinvia a una voce enciclopedica che, credetemi, può sempre tornare utile. Può essere una ridente cittadina di cui nemmeno ponderate l’esistenza, come un film dalla trama interessante o un libro di qualche autore sconosciuto in Italia. La curiosità mantiene giovani e mantiene vivi, ma fa soprattutto ben sperare che si potrà essere qualcosa anche dopo la pandemia.

Posso parlare a titolo personale, ma questa distrazione sta sortendo buoni effetti su di me. La fatica mentale è meno soffocante, tutto mi sembra più gestibile; non nego a me stesso il diritto di essere informato, e ribadisco il dovere di non farmi trasportare dalla corrente che, sempre più spesso, i giornali tendono ad agitare anche in modo involontario.

Il rito della buonanotte

Prima pubblicazione il 1° febbraio 2021.

Su Mastodon ho pubblicato un toot in cui spiegavo brevemente quella che per me è una nuova abitudine serale. C’è stato un discreto interesse, perciò ho deciso di espandere meglio il discorso.

Ho stabilito un semplice “rito della buonanotte” che mi assicuri non soltanto un buon riposo, ma anche una risposta più pronta ai nervosismi di ogni giorno. Non è la prima volta che un’idea del genere si affaccia nella mia vita: già diversi anni fa mi era stato proposto un sistema simile a quello che vi spiegherò, e non più tardi di qualche mese fa mi era stato suggerito di andare a letto a un orario tale da garantirmi un buon riposo. Tante però sono le ragioni per cui non ho mai potuto metterla in pratica: la provvisorietà dei miei orari di lavoro è la prima fra tutte, assieme all’attuazione delle misure restrittive anti-Covid. Non sono il solo ad aver sperimentato queste difficoltà – le cronache sono piene di italiani che rivelano i propri disturbi del sonno – ma voglio comunque raccontare la mia ricerca per la tranquillità quotidiana.

Per alcuni anni ho seguito una terapia per l’ansia e la depressione e pur essendone uscito con una certa vittoria, ne patisco ancora i rimasugli. Non lo considero un problema grave, poiché possiedo la capacità di analizzare cosa faccia scatenare in me determinate reazioni, ma resta pur sempre qualcosa con cui dovrò fare i conti ogni volta. Uno degli aspetti più cruciali è la consapevolezza di come si autoalimenti l’ansia. Nel mio caso, non appena sento qualcosa che produce in me i sintomi di ansia e intenso nervosismo, tendo a cercare materiale sempre più snervante e ansiogeno. Questo materiale include ricerche spasmodiche delle ultime notizie, video su miti e leggende metropolitane, ma anche video musicali o videogiochi fortemente energetici.

Mi ritrovavo molto spesso con un ciclo del sonno molto ridotto, o addirittura assente: non era raro che durante la chiusura totale di marzo 2020 passassi notti a dormire solo per due o tre ore, o che mi trovassi incollato alla PlayStation a giocare a questo o a quel videogioco senza mai avere l’intento di finirli, solo perché “facevano compagnia il giusto”. La regola era questa: non dovevo calmarmi, bensì continuare a restare sveglio. Era come se desiderassi inconsciamente di restare per sempre ansioso, fino a rovinarmi.

Con la ripresa del lavoro sono riuscito a stare meglio, ma vuoi per la situazione pandemica, vuoi perché vivo con il sentore che tutto andrà male, il buon sonno è sempre stato un obbiettivo lontano. L’abitudine di continuare a informarmi prima di andare a dormire, per esempio, mi ha fatto cadere nella trappola della notizia flash che non avrebbe avuto alcun aggiornamento concreto entro brevissimo; l’idea di guardare video nuovi su YouTube mi ha portato a fare lunghe maratone di video eccitanti perché interessanti e nuovi, facendo slittare il momento in cui avrei chiuso gli occhi. E poi c’erano le preoccupazioni: il lavoro assottigliato, il benessere che mancava, i nervosismi per i quali non trovavo alcuna valvola di sfogo.

Di fronte all’ennesima nottata in bianco passata tra mille malumori e rimpianti, decido quindi di elaborare questo rito della buonanotte.

Ogni giorno mi sono imposto di andare a dormire in modo tale da garantirmi tra le 6 e le 8 ore di sonno. Questo è il numero di ore sufficiente per considerarmi riposato e capace di affrontare una giornata qualunque in modo sereno. Seguo un rituale specifico: spengo computer, metto il telefonino in modalità “Non disturbare”, mi tengo lontano da social e aggregatori di notizie e accendo una luce soffusa come quella dell’abat-jour. Prima di mettermi a letto, faccio partire musica calma da pianoforte; una volta a letto scrivo sul diario quello che ho fatto, se non l’ho già scritto durante la giornata. Se avanza tempo, o se non ho nulla di più da raccontare al mio compagno taccuino, leggo un libro. Ho tentato di riprendere “Il conte di Montecristo”, ma è sopraggiunta la fatica e la noia, così sono passato a “Q” di Luther Blisset. Ho anche “La comune” di Louise Michel in lettura, non vedo l’ora di sfogliare le sue pagine.

In generale, quelli che applico sono piccoli accorgimenti. Il primo trucco sta nel mettersi a letto almeno un’ora prima di addormentarsi. Ho notato che mettersi a letto restituisce l’impressione di essere in “area relax”, chiamamola così, con un progressivo rilassamento dei muscoli. La luce soffusa ha un effetto calmante, almeno sui miei occhi. Le luci troppo intense, specialmente di notte, mi ricordano quella della luce del giorno, il che significa ancora un subbuglio di attività interna. La lampadina di un abat-jour è smorzata quanto basta per vedere bene il testo su una pagina e non restituisce un riflesso di luce aggressivo. A proposito di luce, studi recenti stanno cercando di capire quanto influisca la luminosità dello schermo del PC sulla qualità del sonno. Se usate per tanto tempo lo schermo di un PC o del telefonino, potreste considerare di installare un filtro per la luce blu: una luminosità meno aggressiva passerebbe, secondo alcuni, anche dallo smorzamento delle radiazioni luminose del colore blu. Alcuni cellulari hanno questa funzione tra le opzioni, mentre al PC conosco solo f.lux e Redshift. Ne parlerò magari in un altro post.

L’ambiente in cui dormo deve essere silenzioso quanto basta: la musica deve essere dunque un sottofondo percepibile, presente ma etereo, una carezza sulle orecchie. Per ottenere questo adopero un altoparlante collegato via Bluetooth al telefonino, ma se il vostro telefonino ha una “voce” piuttosto squillante, potete anche limitarvi a quello.

A livello scientifico, per quanto ne sappia – e correggetemi se sbaglio – non c’è ancora pieno consenso su quale genere musicale sia il più efficace per il rilassamento pre-sonno: è generalmente accettato che vadano bene sia le playlist create secondo il nostro gusto, sia quelle costruite con l’intento di far addormentare chi la ascolta. Spesso viene consigliato di sperimentare con vari generi, di controllare la velocità e l’intensità di esecuzione dei brani assieme agli strumenti coinvolti. C’è a chi piace il flauto traverso, e chi trova la trombetta troppo squillante; c’è chi si addormenta ascoltando “De Mysteriis Dom Sathanas” dei Mayhem e chi “Tales from Topographic Oceans” degli Yes. Nel mio caso, la musica del pianoforte consta di note il cui ritmo e i cui toni mi aiutano a rilassare. Altro elemento di non scarsa importanza: la musica deve essere per me perlopiù strumentale.

Per un po’ di tempo ho provato a mettere dei rumori ambientali in sottofondo. Ho scovato applicazioni, video e audio che riproducono con una certa precisione il frinire delle cicale, il gracidio in uno stagno, o perfino una mezza giornata di traffico moderato su una superstrada. Ho provato soprattutto a riprodurre audiolibri a volume basso. In entrambi i casi ho notato che così facendo il mio sonno veniva interrotto più volte, senza effettivamente rilassarmi. Questo perché percepivo qualcosa durante la notte, i sensi difficilmente riuscivano a inquadrarla correttamente e mi restituivano la sensazione di una presenza inquietante.

In termini di orario, il mio rito della buonanotte è piuttosto flessibile. L’obbiettivo di sonno tra le 6 e 8 ore si rivela utilissimo specialmente nei giorni antecedenti a una sveglia antelucana, dopo magari un turno serale terminato alle 19:30 in una città a due ore di treno da casa. Ho comunque imposto un limite di tempo oltre il quale non sforo mai. Che io vada a dormire presto o meno, entro le 20:30 mi informo sulle ultime notizie in quel momento disponibili. Non un minuto di più, non uno di meno. L’intento è ovviamente essere sufficientemente informato per il giorno dopo limitando “l’effetto ultime notizie”. Se siete come me, che ancora vi curate per le sorti del mondo nonostante la mentalità pandemica promuova un fortissimo istinto individualista, certe notizie vi fanno arrabbiare, preoccupare, prima di lasciarvi in una dolorosa angoscia esistenziale. Ho notato che dopo una certa ora le notizie flash vengono trattate sommariamente, con elementi volutamente incompleti per rispondere a logiche di mercato (“Siamo primi per numeri di click!”) e di testata (“Siamo la testata considerata affidabile perché diamo per primi tal notizia”). Le 20:30 sono un orario abbastanza affidabile per avere un cumulativo di notizie davvero utili, senza speculazioni, retroscena o altro. Se siete collegati a servizi di allerta meteo via WhatsApp o Telegram – noi liguri ne sappiamo qualcosa – potete scegliere se disattivare le notifiche per un certo periodo di tempo, oppure tenerle fino all’orario in cui andrete a letto.

Questa non è ovviamente una soluzione definitiva, perché ci sarà sempre qualche notizia che metterà ansia e panico. In questo caso bisogna darsi fiducia e continuare a seguire il limite orario autoimposto: almeno nel mio caso c’è il rischio che mi perda in un quell’orribile vortice che ho descritto all’inizio di questo post.

Ricapitolando, il mio rito della buonanotte è così scandito: entro le 20:30 leggo le notizie, alle 22:00 spengo il PC e silenzio qualunque notifica mettendo il telefonino in modalità “Non Disturbare”; metto su musica da pianoforte, dopodiché mi metto a scrivere sul diario o a leggere un libro; alle 23:30 circa chiudo gli occhi e buonanotte mondo.

Ho cominciato a seguire questo ritmo dall’11 gennaio di quest’anno e sono giorni che mi sveglio pieno di energie, rilassato e con ottimi propositi. Ci sono state notti in cui ho dormito poco o male, ma la somma delle notti precedenti ha fatto da “cuscinetto” e mi ha permesso di affrontare al meglio la giornata. Mi sento più lucido e concentrato quando si tratta di leggere o scrivere qualcosa e ho notato anche un sottile ritorno di creatività. Si tratta ovviamente di sensazioni personali, ma mi fanno ben sperare.

La giusta violenza della maggioranza, secondo Gramellini

Scusatemi se scrivo di getto. Sono una persona vaccinata, mi hanno inoculato entrambe le dosi e ho il certificato verde. Ho atteso con ansia l’arrivo del vaccino, ma fino a prima dell’obbligo in vigore dal 15 ottobre, non ho mostrato il certificato che pochissime volte: non ho che preso due volte i treni ad alta velocità e mi concedo pochissime volte il privilegio di consumare al tavolo interno di un ristorante. Nei rari casi in cui accadeva, era per soli motivi di necessità: facendo orari piuttosto ballerini e vivendo da solo, spesso mi trovo a non avere sempre a disposizione il frigo pieno.

La mia esperienza personale, la mia limitata preparazione scientifica e il mio modo di raccogliere e valutare la veridicità di alcune informazioni rispetto ad altre mi permettono di definirmi, a malincuore, un “privilegiato”, se messo a confronto con tante altre realtà, alcune emerse in tempi non sospetti, altre di recente. Molte persone con cui ho parlato sostengono io possieda una forma di empatia e una sensibilità tali da permettermi di vedere alcune forme di ingiustizia, forse perché ne ho subite alcune nella mia vita.

Vorrei credere che sia vero, perché qualcosa mi è scattato quando ho letto il «Caffè» di Gramellini del 13 ottobre. Qualcosa che mette insieme, a pari dosi, shock e disgusto e indignazione.

Una studentessa dell’Università di Bologna di nome Silvia ha raccontato la sua esperienza di vessazioni e violenze subite per non aver mostrato il Green Pass. Stando alla sua versione dei fatti, la lezione è stata sospesa per volontà della professoressa e per tutelare la salute del resto degli studenti. Dopodiché sarebbe successo di tutto: chi le ha sputato a pochi centimetri dai piedi, chi le ha affermato di averle risparmiato le botte solo perché donna, chi ha minacciato di perseguitarla anche online. Alcuni, nel gruppo su Facebook frequentato anche dalla ragazza, ha pubblicato foto di armi con la promessa che l’avrebbero usato contro di lei.

Il pezzo di opinione di Gramellini prende spunto da questo episodio e inizia, tutto sommato, con parole condivisibili. Penso che nessuno di noi sia cieco né sordo davvero alle cronache quotidiane; siamo tutti d’accordo che il clima creatosi sia infame. Tutte parole, quelle iniziali, che veicolano messaggi condivisibili annuendo col capo, per una società autoproclamatasi votata alla pacifica convivenza, finché uno non va un filo più in là con la lettura.

Gramellini scrive che la comunità di cui Silvia fa parte vuole essere libera da contagi di una pandemia che ha all’attivo numerosissime morti e sintomi che possono durare ben oltre quelli considerati “normali”. Nel frattempo la figura di Silvia viene rubricata ai novax e no Green Pass coi quali si fa fatica a comprendere, citando il «babau [del vaccino]» come discrimine. Un mezzo retorico che servirà per fare passare la parte più agghiacciante dell’intero articolo:

Le minoranze vanno tutelate, Silvia. Però anche le maggioranze. E quando una minoranza pretende di imporre la propria visione del mondo alla maggioranza, non pensa anche lei che stia esercitando un sopruso in nome della libertà?

Massimo Gramellini, «A Silvia». Il Caffè, Corriere della Sera, 13/10/2021.

Ammetto la mia mancanza: non ho molto per poter asserire con certezza assoluta che il racconto di Silvia sia vero. La professoressa si difende affermando che «[pensa di] non averla mai vista prima in presenza» (fonte: La Repubblica, dietro paywall). Ho passato un po’ di tempo a cercare qualcosa di più solido per motivi di deformazione personale. Poi ho capito che il punto non è fare chiarezza sulla veridicità o meno, per quello che sento sia necessario dire. Anzi, sotto un certo aspetto, demistificare servirebbe solo ad accontentare chi vorrebbe tutto questo falso per il pensiero che questo fatto ha comportato.

Poniamola così, come ipotesi generale: una persona appartenente a una minoranza viene prima etichettata come eversiva dell’ordine stabilito, poi circondata e resa oggetto di violenza dalla folla. Una seconda persona, con accesso a mezzi di comunicazione più capillari o più consolidati nel tempo – un giornalista – pur condannando quanto accaduto, giustifica la violenza come espressione di tutela della maggioranza, la quale ha diritto di godere libertà che l’eversiva, anche in minoranza, minacciare con la sua esistenza.

Voglio credere di non essere il solo a cui questo pensiero faccia rabbrividire fin nel midollo.

I «ma» e i «però», qui, non avrebbero dovuto esserci. A prescindere da qualunque discussione sull’uso privilegiato che se ne può fare della comunicazione da parte di chi ne ha il potere, l’appello a una tregua sarebbe stato più condivisibile se fosse stata considerata equa la posizione di chi nutre dubbi non tanto sul vaccino quanto sulla ristrettezza dei meccanismi del certificato verde. Ci sarebbe molto da dire su come, per quanto possa essere dichiarata diritto e per quanto pubblico sia il sistema sanitario, la salute sia un privilegio commisurato alla capacità di acquisto di chiunque possegga un congruo stipendio, perché risponde a logiche di mercato sovrastrutturali ai metodi scientifici, qui come altrove.

C’è questa idea secondo la quale anche le più miti richieste di inclusione sono una imposizione. Secondo alcuni, tra il punditismo conservatore e autentico mancar di bersaglio, crede che la comunità LGBT, per parlare di una minoranza, vorrebbe “imporre” una dittatura fatta di assenza di risate e pensieri uniformati. Per chi pensa in modo conservatore, destra come a sinistra, chi chiede di più non fa altro che una rottura di coglioni, animato da pura propaganda per dittature del politically correct.

Gramellini ha scritto, senza troppi giri di parole, che per quanto riprovevole e condannabile è giustificabile far violenza su chi è in minoranza, soprattutto se chi picchia, sputa, minaccia di morte è parte della voce di maggioranza. Se la salute viene prima di tutto, allora si deve concordare che la violenza è una prova di forza necessaria per la maggioranza vittima ogni giorno di soprusi (presunti o tali che siano) nella forma di imposizioni dalla minoranza picchiata. Ecco allora che si ostacola inventandosi o gonfiando cose come la teoria gender, si cavalcano casi di cronaca torbidi di loro (ricordate Bibbiano?) per instillare un maccartismo di ritorno su presunti gay facilitati nelle adozioni per continuare opere di stupro.

Questo è uno dei tanti motivi per cui la demistificazione, così come è stata concepita da tanti siti e giornalisti che si occupano di fact checking, è inefficace nel migliore dei casi e – aggiungo io – accondiscendente nel peggiore. È inefficace quando dimentica di spiegare i meccanismi narrativi che generano la cornice entro la quale bufale e disinformazione tinteggiano una realtà distorta. È accondiscendente quando, di fronte alla conclamata incapacità personale o professionale di delineare in modo netto questi meccanismi con toni diversi da quelli dettati dall’obbligo di risata, si crogiola nell’autocommiserazione passivo-aggressiva che il ruolo di Cassandra inascoltata richiede. A guardarli da vicino, i tantissimi siti di demistificazione e alcuni giornalisti dediti al controllo delle affermazioni, aggrediscono con insulti anche biechi chiunque risponda in modo non rientrante nei loro canoni. A leggerli, si vedono parole come “incomprensione”, “ingratitudine”, “camere dell’eco” e quant’altro di autoreferenziale possa giustificare il loro inutile lavoro. Mai un’autocritica, solo rinforzi di metodologie accondiscendenti la violenza dei tanti contro i pochi. Mai un occhio a voler descrivere, in toni non moralistici, la realtà nel suo complesso. Solo condanne morali che ben si confanno a una narrazione tossica, a una polarizzazione ulteriore dello scontro utile solo a rinforzare il “noi o loro” che il coro vuole sentire predicato.

La mia opinione è una sola: se la persona dell’esempio di cui sopra fosse stata violentata da chi si dichiara voce della maggioranza, si sarebbe corso subito ai ripari per condannare solo chi ha violentato, ma non per equità o misura di giustizia, bensì per non turbare l’onore di una maggioranza che accetta e perdona i meccanismi del potere. È tutta questione di faccia, quando c’è di mezzo il privilegio: la violenza di un singolo condanna tutta la voce dell’opposizione, mentre la maggioranza di “chi sa” si vede salvata nell’onore da gesti inconsulti di singoli.

Non esiste la dittatura sanitaria, per me è chiaro e lampante. Esiste però la volontà di minimizzare le violenze di un sistema puntando tutto sul resto, sulle dissidenze.

Se questo è il vostro modo di pensare, non ditevi esseri umani di fronte a me.

… eppure non mi sento di condannare Gramellini. Tutt’altro. A conti fatti, auguro possa essere sempre dalla parte della ragione.

Perché quella del torto non la saprebbe gestire.

Altrimenti non esisterebbe un concetto di “maggioranza” così auto-assolutorio.

Immagine di copertina da Unsplash.com

Vento di cambiamenti

Ciao a tutti! Come avrete notato, ho rimosso gli articoli da questo blog. Non c’è alcun motivo recondito, anzi, è tutto molto semplice. Ogni tanto, tornando a leggere i miei scritti, mi rendevo conto di quanto fossero cambiati i miei “piani” per questo sito. Ho aperto questo angolo personale poco più di un anno fa con l’intento di riportare nero su bianco i miei tentativi di mettermi in forma. Ci sono riuscito, ho conseguito dei buoni risultati e per un bel po’ di tempo è andata bene, molto bene, finché non sono arrivate le restrizioni.

I continui cambi di colore hanno scombussolato molti piani di miglioramento personale e pur essendo concesso di uscire di casa per fare jogging o altre attività fisiche, non riuscivo a trovare la forza mentale per poterlo fare. I numerosi divieti mi hanno messo con le spalle al muro in più di una occasione. Mi sono ritrovato a fare i conti con quanto non ero stato capace di mettere a posto dalle mie esperienze precedenti. Per non parlare di quanto avessi ereditato dalla chiusura nazionale di marzo 2020 prima, e dalle zone a colori dopo. Non è un segreto che io abbia patito la depressione per un certo periodo di tempo; vederla tornare in forma aggressiva mi ha fatto mettere sull’attenti a controllare ogni minimo campanellino d’allarme.

Quello che era partito come un diario della salute è diventato nel corso dei mesi un posto per riflessioni personali, appunti, sfoghi ed elucubrazioni che molto spesso non posso, né riesco a esternare in pubblico. Quella brevissima parentesi è diventata quindi ingombrante e a tratti imbarazzante, se considero quante volte mi sono promesso di fare questa o quella attività per recuperare, senza successo, anche solo un briciolo di quella stupenda forma mentis.

Così ho reso bozza tutti gli articoli del periodo… ma ho voluto strafare. Ho deciso di rimuovere anche tutto il resto per ripubblicarli, con calma e qualche miglioria in più, nei prossimi giorni.

Insomma, qui parlerò di tutto quello che mi passa per la testa: letteratura, libri, pensieri sparsi su ciò che mi circonda. Per i miei progressi nel fitness, ho ancora gli articoli dell’anno scorso. Aprirò più in là un altro blog appena riuscirò a conciliare i turni di lavoro con quelli della salute.

Ci leggiamo in futuro e scusate il cambio repentino. Spero sia comprensibile: voglio che questo sia il posto più “mio” che possa vantare di avere.